Il Tirreno

Pistoia

«Carcere, nulla è cambiato nonostante il suicidio»

di Leonardo Soldati
«Carcere, nulla è cambiato nonostante il suicidio»

Il garante dei detenuti ricorda la tragedia di due anni fa: «Bisogna che la magistratura faccia più ampio ricorso alle misure alternative»

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PISTOIA. In un comunicato stampa il garante dei detenuti di Pistoia, Antonio Sammartino, ricorda il triste suicidio di un detenuto di soli 35 anni, Simone L., avvenuto due anni fa, esattamente il 14 ottobre 2010, nella casa circondariale. Il giovane si impiccò alla terza branda di un letto a castello, tramite delle lenzuola. Un gesto come quello, purtroppo, di tanti altri detenuti. Dall’inizio del 2012, si contano già 123 morti tra i detenuti, di cui 44 per suicidio, mentre nella polizia penitenziaria si registrano 9 suicidi tra i quali quello di un ispettore capo. «Non conoscevo personalmente Simone – dice Sammartino – ma credo che quel suo senso di smarrimento, di paura, di disperazione, che lo hanno spinto a questo terribile gesto, lo possiamo ritrovare anche oggi, dietro i tanti volti dei detenuti più o meno giovani, che io, come altri volontari, incontriamo ogni settimana in carcere».

Nel comunicato si afferma che a distanza di due anni dalla sua morte, la situazione carceraria a Pistoia non è cambiata, aggravata anzi dalla crisi economica: sovraffollamento, mancanza di attività rieducative e di risocializzazione. Il garante riconosce una maggiore attenzione sul problema da parte degli organi di informazione, frequenti sono anche le tavole rotonde ma «il loro protrarsi senza riscontri concreti di cambiamento assume un sapore stucchevole, non servono più le parole, occorre passare ai fatti».

Attendendo provvedimenti urgenti da parte del Parlamento nazionale, Sammartino invita gli organi locali e territoriali competenti, ciascuno per la sua parte, l’ufficio esecuzione penale esterna, magistratura di sorveglianza, Comune e Provincia a, Ausl ad un lavoro comune per migliorare le gravi condizioni della detenzione carceraria a Santa Caterina in Brana: «Occorre a mio avviso che la magistratura di sorveglianza abbia uno sguardo più attento nell’applicazione delle misure alternative, semilibertà e affidamento in prova ai servizi sociali, nonché che risponda con maggiore celerità alle istanze presentate dai detenuti per la richiesta di concessione dei permessi premio, primo passo verso un reinserimento sociale.

A Comune e Provincia spetta di sostenere i detenuti nella fase finale della pena detentiva, prevedendo in particolar modo per i più bisognosi adeguate misure di orientamento e accompagnamento d’inclusione sociale». Un invito infine agli avvocati difensori, vista l’attenzione verso il mondo carcerario dimostrata negli ultimi tempi, affinché garantiscano sempre «una piena assistenza legale anche a quei detenuti, forse i più, che per povertà economica non possono sostenere autonomamente le spese legali».

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