Sicurezza
Poste, centri multiservizi negli uffici che chiudono
Incontri tra azienda, sindacati ed enti perché non vengano smantellati presidi importanti per tanti territori. Confronti anche a Pescia, Montecatini e Quarrata
PISTOIA. I pagamenti (per poco ancora) riscossi da Equitalia, le lampade votive, o qualsiasi altro servizio che i Comuni possano dare in gestione a Poste Italiane. La proposta era partita, alcune settimane fa, dall’amministratore delegato dell’azienda, Massimo Sarmi, a fronte delle forti critiche e delle pressioni politiche crescenti per il piano di tagli dei piccoli uffici postali che Poste vuole mettere in pratica entro fine anno. Ventiquattro, solo in provincia di Pistoia, la maggior parte situati in montagna.
Alcuni piccoli uffici postali, è l’idea di Sarmi, possono essere riconvertiti in centri multiservizi «utili alla comunità».
Detto fatto. A fine luglio l’azienda ha incontrato le organizzazioni sindacali, informandole dell’intenzione di fissare nuovi incontri con i sindaci dei Comuni interessati dai tagli per studiare l’eventuale riconversione degli uffici.
«Il proseguimento dell’attività e il mantenimento dei livelli occupazionali può essere garantito dai servizi dati in gestione a Poste Italiane», spiega Giuseppe Totaro, segretario provinciale di Cisl Poste.
Per le prossime settimane sono in programma incontri coi sindaci di Pescia, Montecatini e Quarrata. Altri ne verranno fissati a settembre, al rientro dalle ferie.
«Se questa è la linea che Poste intende perseguire, diciamo “meglio tardi che mai”», afferma Mario Tuci, assessore al Comune di Pistoia.
Tuci ricorda l’incontro avuto, insieme al sindaco Samuele Bertinelli, alla fine di maggio, con il direttore di filiale Gabriele di Donato. «In quell’occasione il motivo dell’incontro era la chiusura dell’ufficio postale di Orsigna, rispetto alla quale manifestammo tutta la nostra contrarietà. Di Donato spiegò che non era possibile alcuna marcia indietro, perché si trattava di una chiusura, al pari delle precedenti sulla montagna pistoiese, decisa a livello nazionale per gli uffici ritenuti diseconomici e poco produttivi per le casse aziendali (Poste, lo ricordiamo, è una Società per azioni, anche se l’unico azionista è il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ndr)».
Poche settimane dopo, il fulmine a ciel sereno. Poste Italiane ha fatto calare “dall’alto”un piano di riorganizzazione lacrime e sangue, in assenza di accordo sindacale e senza nessun confronto sul territorio. «Legittimata a farlo dal suo essere azienda privata, ma pur sempre con una finalità sociale», ricorda Tuci.
Il piano di efficientamento prevede un taglio di 1.700 zone di recapito a livello nazionale (31 portalettere in meno a Pistoia) e di 1.700 uffici postali in zone collinari e montane (24 a Pistoia).
Le organizzazioni provinciali di Cgil, Cisl e Uil hanno inviato una lettera al prefetto Mauro Lubatti, alla presidente della Provincia Federica Fratoni e ai sindaci dei Comuni interessati, chiedendo l’intercessione con Poste per l’apertura di un tavolo di confronto, ricordando la finalità sociale dell’azienda e i buoni numeri di bilancio. «L’assurdità di quanto deciso da Poste per un mero abbattimento dei costi - si legge nella missiva - è facilmente confutabile dall’ottimo bilancio del 2011, che vede 846 milioni di utile netto consolidato». A rischio, ricordavano al prefetto, ci sono i posti di lavoro di 31 portalettere e 24 impiegati.
«Già a maggio - spiega Mario Tuci - il Comune chiese se l’azienda aveva proposte da avanzare all’ente locale. Siamo disponibili a valutarle e interagire insieme, purché sia mantenuto il servizio ai cittadini, soprattutto nelle frazioni montane».
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