Il Tirreno

Pistoia

il legame con la galizia: parla la storica gai

«Il cammino di Santiago? Oggi è trekking infarcito di spettacolo»

di Mariella Frosini
«Il cammino di Santiago? Oggi è trekking infarcito di spettacolo»

PISTOIA. A piedi, in bici, a cavallo, da soli o in comitiva, sono tanti i pistoiesi che negli ultimi anni hanno intrapreso il Cammino di Santiago nel nord della Spagna e la moda del Cammino oggi...

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PISTOIA. A piedi, in bici, a cavallo, da soli o in comitiva, sono tanti i pistoiesi che negli ultimi anni hanno intrapreso il Cammino di Santiago nel nord della Spagna e la moda del Cammino oggi spopola anche in Italia dove si sta riscoprendo la via Francigena. Oggi è festa a Pistoia, la festa del patrono, quello stesso san Jacopo (san Giacomo il maggiore detto in spagnolo), da secoli in stretto contatto con Pistoia, da quando nel 1144 il vescovo Atto fece portare in città una reliquia, un piccolo osso del cranio, l’unica reliquia del santo lontana dalla Galizia.

Come ogni anno da allora, il 25 luglio, Pistoia festeggia il suo “Barone e messere” come lo chiamavano nel Medioevo, che portò nuova vita in città. Da allora i pellegrini di passaggio sulla Francigena nella zona di Fucecchio, cominciarono a deviare verso Pistoia per rendere omaggio al santo, e tanti pistoiesi cominciarono a partire loro stessi per raggiungere la Galizia. Si conta che nella metà del 1300, in media, partissero da Pistoia 150 pellegrini ogni anno, come riporta in “Storie di pellegrinaggi e giubilei” lo storico Alberto Cipriani. Non pochi visto che la popolazione pistoiese era stimata in 6000 abitanti. Per questo il rapporto tra i pistoiesi e il Cammino di Santiago è sempre stato un po’ speciale.

A Pistoia abbiamo anche uno dei massimi esperti, non solo locale, del culto jacopeo, la professoressa Lucia Gai, che da oltre 40 anni studia il fenomeno in tutti i suoi aspetti: storico, artistico, sociale. Oggi il suo giudizio su cosa è diventato il Cammino è però piuttosto critico soprattutto nei confronti di chi sfrutta la storia a soli fini economici.

«Dopo il successo del 2000 (anno del Giubileo, ndr) le iniziative sono snaturate - spiega Lucia Gai - si può parlare al massimo di trekking naturalistico infarcito di spettacolo neomedievale. Il vero significato del pellegrinaggio, l’elemento religioso o più genericamente spirituale si è perso. Dagli anni 80 ad oggi, ho potuto seguire questa evoluzione, purtroppo dovuta a una grossa crisi di valori». Porta degli esempi Lucia Gai, parla di “sfondoni”mediati da interessi turistici, ad esempio quello di un cammino tedesco ma anche, più vicino a noi, di enti locali che farebbero carte false per entrare nell’itinerario della Francigena.

Emblema di tutto questo, per la professoressa Gai è la sorte toccata al documento più importante per il culto jacopeo e tra i più importanti della cristianità, il Codice Callistino del 1139, rubato lo scorso anno dalla Cattedrale di Santiago. «Un documento dal valore inestimabile - si indigna la Gai - è stato ridotto al solo valore antiquario, rubato per il solo valore economico».

Per la Gai il vero spirito del pellegrinaggio nella sua radice originaria è morto ma rimane comunque un fenomeno interessante. «Le persone più sensibili semmai arrivano a considerare l’esperienza del cammino importante per una diversa misura del tempo, come esperienza fisica e soprattutto per gli incontri umani ma il vero significato da recuperare - conclude la Gai - è la riconquista dei valori autentici».

Eppure il Cammino continua a richiamare, ancora oggi, nuovi pellegrini da tutta Europa. Per qualsiasi motivo siano stati spinti a camminare per 800 chilometri, curiosità o passione sportiva, tutti al ritorno riportano racconti entusiasti e tanti ci tornano. Una giovane pistoiese subito dopo aver preso la laurea ha comunicato alla famiglia che sarebbe partita da sola, a piedi. Al ritorno ha raccontato di come non si è mai sentita sola o in pericolo per la grande solidarietà che si crea tra i pellegrini. «Quello che colpisce di più sono gli incontri, la facilità con cui si riesce a comunicare tra gente di tutto il mondo - spiega un altro pellegrino, un professore di Montale - Piccole cose, anche solo condividere un panino o una mela con gente che non si rivedrà più, acquistano significato. Io sono partito la prima volta in gruppo spinto dalla curiosità e poi sono tornato anche da solo più volte e forse ora che sono in pensione ci tornerò».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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