Il Tirreno

Pistoia

SuperMario, il canestro finale

di Lorenzo Mei
SuperMario, il canestro finale

Boni: «Volevo giocare fino a cinquant’anni, ma non sento più il fuoco dentro. Mi fermo qui»

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MONTECATINI. Aveva promesso di giocare fino al mezzo secolo d'età, e forse è l'unica sfida abbandonata in una carriera fatta di continui uno contro uno e di record polverizzati, come gli undicimila punti segnati tra A1, A2 e Legadue. Mario Boni si ritira, e da oggi la palla entrerà un po' meno spesso nel canestro. Pochi giorni dopo aver compiuto quarantanove anni, Supermario decide di togliersi l'ennesima maglietta, quella della Bakery Cortemaggiore, e di non indossarne altre. Nemmeno per una partita di addio, che considera "una roba triste", nemmeno per tornare in Valdinievole cedendo alle lusinghe di Monsummano.

Rimarrà nella pallacanestro come general manager della società in cui ha giocato per l'ultima volta, che dal prossimo anno si chiamerà Piacenza, e continuerà a collaborare con Sky, regalando ai telespettatori i suoi commenti senza rete di protezione. «Onestamente non avevo più tanta voglia di giocare».

Lo ha annunciato così, ieri sul Tirreno, con la spiegazione più semplice del mondo. Lo ha raccontato poche ore dopo su Facebook, aggiungendoci poesia: «È stata una lunga storia d'amore. Ma come tutte le cose ha una fine. L'ho capito sul campo di Cento, perché non sentivo il fuoco dentro di me. L'ho capito perché la sconfitta in quell'ultima maledetta partita non aveva il sapore della disperazione come tante altre volte mi è capitato». Solo uno come lui poteva usare la disperazione per evocare una nostalgia. Ha raccolto una marea di commenti, e in oltre cento hanno condiviso le sue parole sulla propria bacheca.

La carriera di Mario Boni è cominciata trent'anni fa, nella stessa Piacenza dove vive oggi, ma l'anno chiave nella sua vita di giocatore è il 1985, quando arrivò a Montecatini dopo aver vinto la classifica marcatori della serie B, retrocedendo dopo un drammatico duello proprio con i rossoblù. Questo ragazzotto ruspante, scartato ai provini delle società che contavano (in uno di questi, ormai entrato nella storia, un coach di ottima fama gli preferì tale Possemato), considerato troppo egoista e spontaneo per sfondare, fu scelto da Gino Natali come alter ego di Andrea Niccolai, che stava sbocciando in quegli anni, sempre a Montecatini.

Si formò la leggendaria coppia dei "gemelli del canestro", che in quattro anni passò prima in B d'eccellenza, poi in A2, infine in A1. Sempre trascinata dai canestri di questo prodigio e accompagnata dalla colonna sonora di fischi che gli piovevano addosso ovunque. «Ringrazio tutti quelli che mi hanno amato - sono ancora parole di Boni su Facebook - e i tanti (tantissimi) che mi hanno odiato. Tutti mi avete regalato emozioni». Non ha mai cercato una via per stare simpatico a chiunque, eppure ha raccolto ammiratori in tutta Italia, perfino in quella Pistoia dove, comprensibilmente, i tifosi di vecchia data hanno passato la vita a detestarlo. Del resto i derby del Serravalle coincidono con alcuni dei momenti più indimenticabili della sua carriera: per esempio quella sera in cui, fresco di convocazione (l'unica) in Nazionale, aprì le danze con un 5/5 da tre nei primi tre minuti. Si fece male poco dopo l'intervallo, fermandosi a "soli" 32 punti, e rimettendoci una delle due partite previste con la maglia azzurra.

Nella sua storia c'è anche la squalifica per doping, nel 1994, e l'emigrazione in America, dove giocò uno spezzone di campionato in Cba. L'esperienza all'estero non si ferma agli Stati Uniti: a Salonicco il solo pronunciare il nome di Mario Boni ancora oggi probabilmente garantisce qualche bevuta gratis e un posto d'onore al palasport. Con l'Aris "Mitraglia" ha vinto una coppa Korac, sconfiggendo in semifinale proprio la Benetton dell'ex fratellino Niccolai, e diventando il "Dio Italiano" per il popolo giallonero.

Dopo una parentesi a Roma, e prima di una seconda giovinezza abruzzese vissuta tra Roseto e Teramo, c'è stato tempo per una parentesi spagnola, nel Caja Cantabria, tanto per rimarcare la bontà di un prodotto da esportazione. Un campione come gli altri avrebbe potuto chiudere dopo il terzo ritorno alle terme, nel 2005, ancora accanto a Nick. Invece Mario ha voluto beffarsi dell'anagrafe, tornare sui propri passi, a Casalpusterlengo, Piacenza, Arese, Monza e Roveleto, in quella pianura da cui era partito e in cui aveva imparato a giocare, accompagnato dalla mamma al campetto all'aperto di Codogno. Deve averla sentita per la prima volta lì, in mezzo alla nebbia, quella disperazione che si impadroniva di lui a ogni sconfitta, a ogni uno contro uno perso, a ogni tiro sbagliato.

Fino all'ultimo atto, sul campo di Cento, in cui ha capito che se n'era andata. Un po' come fa la nebbia.

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