Gioco
«Né mostro né torturatrice non era preparata al ruolo»
PISTOIA. Non un mostro né una torturatrice, ma una bidella che si è trovata a ricoprire un incarico per il quale non aveva una preparazione professionale adeguata. Colpevole di sberle e strattoni, ma...
PISTOIA. Non un mostro né una torturatrice, ma una bidella che si è trovata a ricoprire un incarico per il quale non aveva una preparazione professionale adeguata. Colpevole di sberle e strattoni, ma con un ruolo subordinato (rispetto a quello della Scuderi) nella gravità delle accuse e delle violenze che emergono dalle prove video degli inquirenti.
Al pari dei colleghi pistoiesi Mencarelli e Panconesi, il legale di Elena Pesce, Stefano Bigliazzi, auspica il ritorno «della questione all’equilibrio e alla verità dei fatti. Ho analizzato tutti i video in cui compare la mia assistita. Si vede mentre dà una sberla e qualche strattone. È brutto, ma non c’è di più».
Bigliazzi aggiunge: «Gli episodi più incriminanti per la Pesce succedono il primo giorno. La polizia ha visionato quello che accadeva per dieci giorni prima di decidere d’intervenire. È evidente che se i fatti fossero stati così gravi come sono stati rappresentati sarebbero intervenuti prima».
Bigliazzi spiega che «per Elena Pesce tutto è nato dal passaggio al ruolo di insegnante». Un ruolo per cui non ha abilitazioni. «Era una bidella, Scuderi si è trovata con carenza di insegnanti e le ha affidato la cura di 20-30 bambini in orario continuato dalle 11 alle 20 di sera».
Non era lei, aggiunge, che dava da mangiare ai bambini. «Lei entrava alle 11, e la Scuderi aveva già provveduto al pranzo dei bambini. A quell’ora andava via, molte volte nell’altra struttura di Quarrata».
All’una per i bambini scattava l’ora del sonnellino, e se non ci si addormentava, c’era la “stanza del buio”, l’incubo di essere rinchiusi in un ripostiglio senza luce.
Nessuna attenuante per il gesto da parte del legale. Solo la richiesta di “comprensione” della situazione in cui si trovava a lavorare la sua assistita. «Che non ha le capacità, non ci sono dubbi. Ma non è né un mostro né una torturatrice. Non c’è un solo episodio in cui la si veda dare del cibo in maniera violenta. In un’occasione - racconta - la si vede eseguire uno stick glicemico su un bambino. Lo tranquillizza con una carezza, rileva il diabete, poi si vede il bimbo agitarsi e lei, presa dall’esasperazione, gli dà uno schiaffo. Un gesto da non fare, siamo d’accordo, ma prima c’era stata una carezza». Per la Pesce Bigliazzi ha chiesto le attenuanti generiche («e una pena più adeguata, 9 anni si danno ai colpevoli di omicidio») in considerazione della volontà risarcitoria, dell’incensuratezza e del ruolo subordinato nella vicenda Cip Ciop.(t.g.)
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