Sicurezza
Ginetti inizia lo sciopero della fame
Agli arrestati domiciliari per i fatti della Val di Susa, protesta sul tetto: «Voglio lavorare e non me lo consentono»
PISTOIA. Il tribunale di Torino respinge il permesso di uscita dagli arresti domiciliari per motivi lavorativi. Ginetti da ieri è in sciopero della fame.
Antonio Ginetti, 61 anni, è uscito dal carcere di Santa Caterina lo scorso 16 febbraio, dopo tre settimane di custodia cautelare in carcere per l'accusa di aver partecipato agli scontri della scorsa estate in Val di Susa. Da allora è agli arresti domiciliari nella sua casa di piazza San Bartolomeo. Il 16 aprile il giudice per le indagini preliminari di Torino ha respinto l'istanza presentata dagli avvocati di Ginetti tesa ad ottenere un alleggerimento degli arresti domiciliari. A spiegare le motivazioni del respingimento è lo stesso Ginetti in una nota: «La motivazione – scrive – sta nella mia "mancata presa di coscienza e di critica di quanto commesso». E aggiunge: «In questo modo il Gip non solo mi riconferma gli arresti domiciliari, ma mi toglie anche il diritto a rivendicare la mia estraneità ai fatti contestatimi, ossia la presunzione d'innocenza».
Il 26 aprile Ginetti ha presentato un'altra richiesta: quella di permesso ad uscire per recarsi al lavoro. Anche questa richiesta è stata rigettata dal Gip poiché Ginetti ha dichiarato di non avere né orari né sedi lavorative (distribuisce materiale informativo) e tale condizione risultava incompatibile con la misura domiciliare.
«Nella richiesta – dice Ginetti – mi rendevo disponibile, previo accordo, a presentarmi quotidianamente alla polizia giudiziaria per controlli. Io vivo solamente del mio onesto lavoro, dal 1986 sono iscritto alla Camera di commercio come ditta individuale e adesso non ho neppure più diritto al mio mantenimento. Non potendo contare più sui miei risparmi, considerato l'allontanamento dal lavoro che si protrae dal 26 gennaio (giorno in cui è stato portato in carcere, ndr), mi trovo ora in grosse difficoltà economiche. Pertanto non mi rimane che utilizzare l'unico strumento in mio possesso per oppormi a quello che considero un accanimento repressivo: da giovedì 10 maggio sarò in sciopero della fame».
Ieri pomeriggio Ginetti ha accennato ad una protesta ancora più clamorosa, salendo sul tetto della sua abitazione. Ha telefonato lui stesso al giornale affermando che si trovava sul tetto. Ma la protesta è durata solo pochi minuti all’arrivo della polizia e dei vigili urbani. Più tardi sono arrivati anche i carabinieri, ma quando l’uomo era già rientrato dentro casa. «Non volevo certo buttarmi – ha detto – ma solo attirare l’attenzione e far conoscere il mio caso. Quello che chiedo è di poter uscire per il tempo necessario a recarmi al lavoro, dunque né il sabato né la domenica».
Il blitz del 26 gennaio scorso scattò all’alba in 15 province italiane: 26 ordinanze di custodia cautelare in carcere, una agli arresti domiciliari, 15 di obbligo di dimora e una di divieto di risiedere nella provincia di Torino. A finire nell’inchiesta della Digos e della Procura di Torino anche Antonio Ginetti, 61 anni, esponente della Rete antifascista e antirazzista pistoiese, molto conosciuto in città per la sua militanza negli ambienti anarchici e dell’estrema sinistra. Ginetti venne prelevato nel primo mattino nel suo appartamento di via San Marco, quartiere di San Bartolomeo, dove vive con la compagna e il figlio ventenne, e portato nel carcere di Santa Caterina in Brana con l’accusa di resistenza, violenza e minacce a pubblico ufficiale per i disordini scoppiati in Val di Susa la scorsa estate.
Dal 16 febbraio Ginetti si trova agli arresti domiciliari nella sua casa accanto non distante dalla chiesa di San Bartolomeo.
M.Q. – F.A.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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