Toscana
Chiesa di S. Leone, tesori nascosti nel tempio restato fuori dai flussi
Risistemata una decina di anni fa, era aperta di tanto in tanto per alcune mostre occasionali Mai arrivate risposte al progetto di messa a norma che la renderebbe visitabile in permanenza
PISTOIA. Davvero stupenda, ma nessuno la vede. E’ la chiesa di San Leone, nel suo magnifico interno barocco, abbandonato purtroppo a se stesso da oltre mezzo secolo. Anzi, di più: la storica chiesa oggi è adibita a magazzino. Una diecina d’anni fa, risistemato il tetto, San Leone veniva aperta di tanto in tanto per mostre occasionali, ma per la pericolosità dell’impianto elettrico, fu chiusa a tempo indeterminato. La proprietaria Chiesa Cattedrale fece allora pervenire alla soprintendenza un progetto di messa a norma al quale però non ha avuto risposta; essendo poi la magnificenza della chiesa dovuta ai circa mille metri quadrati di affreschi, i reverendi Canonici del Capitolo della cattedrale hanno interpellato la ditta Gavazzi per un completo restauro ma si sono trovati di fronte ad un preventivo per loro insostenibile.
Discorso chiuso? Sarebbe uno schiaffo all’arte ed alla città! Infatti… Oltrepassata la facciata classicheggiante del primo Seicento, si entra in chiesa e ci si trova subito avvolti da un tripudio di bassorilievi, finti marmi policromi, cornicioni e colori in cui sembra racchiuso un pezzo di paradiso. La Madonna e il Cristo ed una fitta schiera di santi, allegorie, rosoni, colonne vere e in finto marmo policromo e personificazioni affollano ogni spazio libero sulle pareti e per tutto il soffitto: un vero e proprio canto di gloria, ma con diffuse ed irritanti stonature là dove l’umidità e la caduta di colore interrompono l’armonia dell’insieme. Si ci trova così a vagare tra una miriade di affreschi e tele senza un apparente ordine né continuità.
Sembra lì per caso la “Resurrezione di Cristo”, tra il mirabile spavento degli astanti, del secentesco Giovanni Lanfranco, mentre sull’altare dirimpetto si osserva un’ “Ascensione” del pisano Stefano Marucelli. Volgendo quindi lo sguardo verso la cupola, ecco che i dipinti del secolo successivo, di Vincenzo Meucci, che ebbe l’incarico dell’intera “affrescatura” per 600 scudi fiorentini, anziché innalzarti al cielo, per lo stato precario dell’insieme, pare ti si sbriciolino addosso. Analogamente, la Pentecoste (la chiesa era prima dedicata allo Spirito Santo), sulla parete di fondo, del medesimo Meucci e Giuseppe di Lorenzo del Moro, anziché portarla, chiede lei la salvezza dall’opacità e l’insidie del tempo (del Moro era il “vedutista” o “architettore”, assunto da Meucci, per dipingere le prospettive aeree, molto di moda). Ma ecco, emblematiche, due statue dipinte nel presbiterio: la Carità (che si trovino i soldi per un completo recupero) e la Fede (che non manchi la fiducia). Tornado verso l’uscita, sulla parete di fondo della navata, ti appaiono infine la mostra e la cantoria dell’organo, senza note né canto alcuno: scenografia che nasconde l’incanto di un tempo, ma dalla quale oggi discende solo un mesto silenzio.
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