Il Tirreno

Pistoia

Richiesta di 600mila euro per la gamba amputata

di Beatrice Faragli
Richiesta di 600mila euro per la gamba amputata

Nel 2006 era stata operata per un alluce valgo, ma sotto i ferri avrebbe contratto l’infezione che le ha fatto perdere l’arto. Ora vuole il risarcimento dalla Asl

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PISTOIA. Un'operazione di routine le è costata l'amputazione della gamba sinistra e sei lunghi anni di calvario. Michela Catanzaro, ex massaggiatrice cinquantottenne di Agliana, è entrata in sala operatoria, all'ospedale del Ceppo, nel dicembre del 2006, per un intervento all'alluce valgo e al dito a martello. Sotto i ferri però ha contratto un'infezione resistente agli antibiotici che, dopo dieci mesi di dolore, le ha tolto ogni speranza. I dottori del Cto di Careggi, nell'ottobre 2007, le hanno amputato la gamba fino a metà polpaccio.

Adesso, assistita dal Movimento difesa del cittadino e dagli specialisti della Rolu Servizi, la signora ha chiesto 600 mila euro di danni all'Asl 3 di Pistoia. La mediazione è appena iniziata. Se non ci sarà l'accordo il caso dovrà passare nelle mani di un giudice. «Irrisoria», secondo gli esperti che appoggiano la donna, l'ipotesi di risarcimento fatta dall'azienda sanitaria locale per chiudere la vicenda. «A livello verbale - spiega Roberto Briga della Rolu - la compagnia d'assicurazione dell'Asl ci ha proposto 20 mila euro».

La signora aglianese scuote il capo a sentir parlar di soldi. «La mia gamba non ha prezzo - ripete mentre mostra quella protesi color carne con cui, in poche settimane, ha imparato per la seconda volta a camminare -. Per carattere mi ribello quando vedo un'ingiustizia. In questi 6 anni mi sono logorata il fegato. Come donna a volte mi sembra di non valer più nulla». Michela Catanzaro soffre di diabete ed è stata operata al Ceppo dopo una serie di visite private. «Mi hanno dimessa in due giorni e quando sono tornata per le medicazioni - racconta - ho fatto presente al dottore, lo stesso che mi aveva operato (oggi non lavora più a Pistoia, ndr), tutte le mie problematiche ma nessuno della struttura ospedaliera mi ha presa in considerazione. Per risolvere il problema sarebbero dovuti intervenire subito».

A dirlo non è soltanto lei. «Alcuni specialisti - spiega infatti anche Desirée Diddi, responsabile del Movimento difesa del cittadino - hanno ritenuto e documentato che il processo settico non fu adeguatamente trattato dal chirurgo. Sarebbe stato necessario l'immediato ricovero e un ulteriore intervento».

«Prima del 2006 - ricorda la Catanzaro - lavoravo, facevo la massaggiatrice, ma dopo l'operazione ho dovuto smettere. Mio marito è invalido del lavoro e anche mio figlio ha un'invalidità fisica a causa di un incidente con la moto. Io l'ho accudito per un lungo periodo, fino a quando non è stato meglio ed è toccato a me affrontare il problema. Adesso siamo tre "mutilati" in famiglia. Per il mio carattere tenace però, e nonostante 9 ricoveri in 6 anni, ho sempre guardato avanti senza abbattermi, grazie anche alla Misericordia di Agliana che non mi ha mai lasciata sola».

La donna, dopo l'amputazione, è tornata a Firenze per farsi operare all'alluce valgo del piede destro. Un intervento, stavolta, riuscito. Adesso vive con i suoi 270 euro di pensione d'invalidità e con la mensilità del marito pensionato. I soldi devono bastare per svolgere una vita normale che, nel suo caso, significa anche assistenza e cure continue. «La speranza - ripete la Diddi - è che le nuove leggi possano trovare applicazione e che l'Asl consenta a tutti di arrivare alla mediazione finale, senza dover ricorrere alla causa giudiziaria».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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