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Simona Polvani da Agliana a Roma e Parigi
Autrice, traduttrice del Nobel cinese Gao, gira il mondo ma ha ancora il cuore a Pistoia
PISTOIA. Ascolti Simona che parla della sua vita e ti viene in mente un grande albero, con rami protesi in tante direzioni diverse. Perché Simona Polvani, 41 anni, aglianese con la valigia in mano, è tante cose insieme: traduttrice, autrice, studiosa e critica di teatro contemporaneo, operatrice culturale free lance. Sono sue le traduzioni in italiano delle opere teatrali del premio Nobel 2000 per la letteratura, il cinese Gao Xingjiang.
Ha vissuto molti anni a Roma ed ora è di casa a Parigi, ma questo non le impedisce di farsi viva anche a Pistoia, dove – tra le altre cose – cura i rapporti con la stampa del Serravalle Jazz. E nel bel libro fotografico prodotto da Settegiorni editore e dalla Fondazione Caripit per i dieci compleanni della rassegna curata da Maurizio Tuci, Simona ha scritto uno dei due testi che arricchiscono il volume.
Come succede che una aspirante giornalista di Agliana si ritrovi a tradurre i testi di un premio Nobel cinese?
«Finita l’università, maturata l'esperienza di collaborazione con Il Tirreno, pensai di fare il master in giornalismo all’istituto Carlo De Martino, ma la mia passione per il teatro mi aveva spinto anche a cercare di entrare alla scuola di specializzazione in scienze della comunicazione della università Cattolica, settore drammaturgia. Questo sogno poi non fu possibile realizzarlo per problemi di famiglia, ma sono testarda e non abbandonai l’idea di lavorare nell’ambito del teatro, nonostante fosse troppo tardi per entrare in una Accademia teatrale. Avevo l’idea di fare un documentario che parlasse di teatro. Chiesi alla direzione del teatro Manzoni di farmi intervistare gli attori che venivano a Pistoia con i loro spettacoli. Così conobbi Kim Rossi Stuart e altri attori della sua compagnia, e fu attraverso di loro che cominciai a lavorare come assistente volontaria alla regia. Non guadagnavo una lira, ma ero in quel mondo e soprattutto imparavo».
E poi?
«Conobbi Michele Placido e, attraverso di lui, Marco Bellocchio, con il quale lavorai come assistente, ancora volontaria, alla regia nel 2001 nel suo Macbeth a Roma, al Teatro India, allora guidato da Martone, uno spazio meraviglioso. Mi trasferii così nella capitale, sempre con l’idea di quel documentario che “ancora” non ho fatto. In compenso entrai in contatto con moltissimi artisti e professionisti del settore e iniziai a lavorare. Compagnie di teatro di ricerca, e altro. Ricordo la bellissima esperienza al Fondo Pier Paolo Pasolini con Laura Betti. Un’emozione, sfogliare i libri che erano appartenuti proprio a Pasolini. Ad un certo punto, spinta dall'esigenza di dare concretezza, accettai un lavoro in una grossa agenzia di management artistico, purtroppo più che di teatro e cinema mi occupavo di tv: ho gestito personaggi come Don Lurio, Anna Mazzamauro, Simona Marchini, Ric & Gian, ho seguito Serena Autieri per Sanremo».
Una vera manager.
«Sì, è un’esperienza che mi è servita molto anche per il carico di responsabilità che mi era affidato. Dopo due anni, nel 2003, la tv mi aveva stancata e ho deciso che era il momento di cambiare. Ho iniziato a lavorare come operatrice culturale free lance. Divenni direttrice organizzativa di un festival, Quartieri dell’arte, che si svolge nei dintorni di Roma: Caprarola, Viterbo… Il festival ospitava molti drammaturghi francesi e in quel contesto ho fatto le mie prime traduzioni dal francese, conoscendo autori come Fabrice Melquiot e Laurent Gaudé. Fu un caso, avevano bisogno della traduzione in italiano di alcuni brani di un testo e dissi che lo potevo fare io. Ho una parte di famiglia in Francia e ho sempre studiato francese. E da lì ho cominciato a tradurre: quando leggevo un testo di teatro in lingua sentivo l’esigenza di dar voce a quell’autore con parole che fossero le mie. Ed è la traduzione che mi ha portata a lavorare in Francia, dove ho creato anche dei progetti di collaborazione con l’Italia, e a ottenere delle residenze alla Chartreuse, uno dei centri culturali europei più importanti dedicati al teatro».
E il rapporto col premio Nobel quando arriva?
«Nel novembre 2005, siccome ero una delle poche traduttrici dal francese di teatro contemporaneo, mi proposero di tradurre un testo di Gao Xingjian, La Fuga, proprio l’opera in cui lui parla della strage di piazza Tien An Men e che gli costò la messa al bando da parte della Cina. L’opera doveva essere rappresentata nel quadro della Biennale di teatro di Venezia, nel 2006, dedicata ai rapporti tra Venezia e la Cina. Poi scelsero un altro testo, tuttavia mi invitarono a Venezia e lì conobbi Gao.
«Essendo in quel periodo anche direttrice del Centro di scrittura drammaturgia La Loggia a San Miniato, gli proposi di dedicare un focus alla sua opera e lui accettò. Organizzammo una due giorni con l’aiuto della Normale di Pisa, fu la prima iniziativa in Italia interamente dedicata a Gao. E presentammo anche la prima lettura scenica in Italia della Fuga, che a lui piacque moltissimo, anche se non conosce l’italiano, per la sonorità in cui si riconobbe».
Ora, con la crisi, lavorare nel mondo della cultura e del teatro deve essere difficile.
«I progetti culturali sono finanziati da enti pubblici, che ora hanno pochissime risorse. Oltre a ciò, ogni due-tre anni i progetti si interrompono, magari perché cambia il colore politico di una amministrazione. Così bisogna accantonare le velleità artistiche: è come se si dovessero sospendere le idee che si hanno. Un peccato, perché se si maturano delle idee e delle esperienze, poi vorremmo reinvestirle nella propria comunità. Ma in Italia mi sono resa conto che non sempre è possibile, e non solo per la crisi.
Paghiamo anni di mancanza di una vera politica culturale e di investimenti in questo settore. Qui si pensa che l’artista, o un operatore culturale, poiché fa una cosa che gli piace, abbia meno diritto di essere pagato. Come se tutti gli altri “lavoratori” facessero in genere lavori non graditi. Il problema è quasi ideologico: l'artista lavora? E quindi non si investe, soprattutto sui giovani. In Francia, ad esempio, è diverso. Il solo Louvre ha un budget più grande dell’intero Fus».
Come ti sembra l’atmosfera che si respira a casa, quando torni da Roma o da Parigi?
«Da un anno e mezzo sento che si respira un’aria nuova. Ad esempio, il progetto che ha il teatro Moderno, proprio ad Agliana, ha un valore interessante dal punto di vista culturale,così come l’attività del Funaro. Poi stanno emergendo progetti nuovi anche nel modo della musica, penso ad un giovane come Lorenzo Maffucci. Ci sono, per così dire, delle finestre che si aprono».
Qui a maggio si vota per il Comune. Che consiglio daresti ai candidati sindaci perché queste finestre non si chiudano?
«Di non nascondersi dietro l’alibi della mancanza di risorse per non fare progetti, per “non” investire, soprattutto sui giovani. Internet, ad esempio, consente di fare a costo zero campagne informative importantissime.Se si vuole davvero risparmiare, si possono ridimensionare i cachet delle grandi figure, ma non si può continuare a pretendere che chi ha idee e professionalità lavori gratuitamente.
A Roma, nel 2008, abbiamo ideato una rassegna di film e jazz, tra l’altro è lì che Maurizio Tuci mi ha intercettata. Grande successo di pubblico e di critica, noi della direzione per un anno di lavoro non ci abbiamo ripreso neanche i soldi delle telefonate, ma dovevamo pagare un ingegnere 5.000 euro per un’ora di lavoro per dei collaudi di sicurezza. E’ possibile?».
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