La protesta
«Lavorava sul tetto, lo vidi cadere giù»
La Cattedrale intitolata a Nello Galigani, operaio che nel 1957 perse la vita nello stabilimento. Il racconto del collega Bernini
PISTOIA. «Cadde nel vuoto. Un volo di 18 metri. Vidi il corpo di Nello Galigani, mio compaesano di Spazzavento e mio compagno di lavoro, cadere giù e rimanere a terra. Fermo. Una scena straziante che dopo 55 anni non mi è ancora andata via dalla mente. L'ho ancora qui stampata negli occhi. Indelebile. Intorno il rumore delle lavorazioni era assordante, come sempre. I compagni più anziani accorsero subito. In fabbrica non c'era l'ambulanza, ma solo l'infermeria che va su via Pacinotti (ora c'è il centro sociale, ndr). Presero un carrello per il carico della merce, buttarono in terra tutto il materiale che c'era sopra e caricarono il corpo di Nello sul piano di lamiera del carretto. Lo portarono di corsa in infermeria per tentare di salvarlo, ma non c'era più niente da fare. Erano le 9 e mezzo di mattina».
Ivano Bernini, classe 1930, era a lavorare alla Breda (allora Officine meccaniche ferroviarie pistoiesi) quando quel 19 novembre del 1957 perse la vita il suo compagno, Nello Galigani, operaio di 54 anni, che cadde dal tetto in eternit della Cattedrale.
Anche lui, in qualche modo, fu vittima dell'amianto. Una delle lastre di eternit che coprivano il tetto cedette sotto i suoi piedi e Galigani cadde giù. «Nello - racconta Bernini - lavorava alle manutenzioni e quella mattina era stato mandato sul tetto con un altro operaio per riparare delle infiltrazioni. Era a cavalcioni sull'asse centrale del tetto: una gamba sulla pettata di destra e l'altra su quella di sinistra. Di protezioni non ce n'erano. Per lavorare non avevamo neppure i guanti. Probabilmente si sbilanciò da una parte, le lastre di eternit caddero e lui insieme a loro. Quel giorno eravamo una decina a lavorare nella Cattedrale. Di tutti quei compagni, adesso, io sono l'unico ancora in vita. Gli altri sono tutti morti e la maggior parte per tumori ai polmoni dovuti all'esposizione all'amianto che utilizzavamo nelle lavorazioni. Anch'io ho le placche pleuriche nei polmoni».
La Cattedrale ospitava il reparto carpenteria. «Si lavoravano lastre di metallo spesse alcuni centimetri -spiega Bernini - che venivano incurvate a colpi di mazze e martelli per creare grandi cilindri alti più di un metro. Le lavorazioni erano talmente rumorose che una volta venne un ispettore a misurare i decibel, ma appena entrato scappò via con le mani sulle orecchie e non tornò più. Quando Nello cadde a terra non si sentì il colpo. Mi ricordo gli operai più anziani che, disperati, trasportarono il corpo in infermeria sulla lamiera di un carrellino a batteria usato per il trasporto della merce. Non c'erano ambulanze nella fabbrica, né misure di sicurezza: quelle che arrivarono, negli anni ’50, erano grembiuli e guanti per i saldatori fatti di amianto.
Quel buco da cui cadde Nello rimase aperto per anni e tutte le volte che ci passavamo di sotto ci ricordavamo di quella tragedia. Da tempo pensavo che la Cattedrale sarebbe dovuta essere intitolata a Galigani: sono contento che questa proposta sia stata accolta. Lì ci balleranno, ci suoneranno, ma da qualche parte ci deve essere scritto che quel luogo è stata la tomba di un operaio, oltre che delle vittime dell'amianto».
Ivano Bernini è entrato alla Breda nel 1947, a 17 anni. Era caporeparto. Nella Cattedrale c'ha lavorato 20 anni ed è stato l'ultimo lavoratore a lasciarla: «Era il 1971 quando fui trasferito. Venne il direttore generale a mandarmi via. Da lì andai al capannone A dove si spruzzava l'amianto, e infine nel reparto nuovo delle leghe leggere». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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