Il Tirreno

Pistoia

Stangate, burocrazia e pregiudizi le aziende agricole non reggono

di Marco Innocenti
Stangate, burocrazia e pregiudizi le aziende agricole non reggono

«Imu, controlli che sanno di persecuzione, regolamenti urbanistici paralizzanti, concorrenza sleale: i piccoli e medi imprenditori rischiano di chiudere se non cambia la considerazione nei loro confronti»

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PISTOIA. Se il mondo della politica, i sindaci e le amministrazioni comunali non si sforzano di comprendere meglio la realtà dell’agricoltura, rischiano di chiudere gran parte delle piccole e medie aziende, che creano lavoro e ricchezza nella provincia di Pistoia. L’allarme rosso arriva dai vertici della Cia (Confagricoltura), il cui presidente, Sandro Orlandini, e direttore, Alessio Livi, temono il disastro se davvero l’Imu, la nuova tassa sugli immobili, sarà pesante come si paventa.

«Si parla di un aumento medio del 250%, con punte fino al 560% – dicono Orlandini e Livi – percentuali che strangoleranno le aziende. Se un agricoltore deve pagare cifre assurde anche per una porcilaia, una stalla o una conigliera è evidente che non avrà più margini di ricavo. Certi manufatti sono parti integranti dell’azienda. Sarebbe come se alla Fiat si facesse pagare l’Imu sulla catena di montaggio. Se i Comuni non se ne renderanno conto, resterà soltanto qualche grande azienda, le altre scompariranno. La selezione sarà inevitabile, con danni enormi per il territorio e l’occupazione».

Ovunque si legge lo slogan “Pistoia città del verde”, ma poi non si riscontra questa immagine, se non nei vivai lungo l’autostrada. Anzi, la parte sud della città, tra il casello e il centro, è davvero brulla. Per quale motivo?

«Che ci sia necessità di un miglior rapporto tra produttori e amministrazioni, che occorra una programmazione mirata per qualificare l’arredo urbano è fuori dubbio. C’è bisogno di iniziative concrete, la prima delle quali è il potenziamento delle attività del centro sperimentale Cespevi che deve sempre più porsi come il punto di riferimento per la ricerca, la sperimentazione, la logistica e i brevetti. Sotto questo ultimo aspetto, in particolare, siamo indietro di 10 anni. Ma con solo tre addetti rispetto alla grande area verde da mantenere non si possono pretendere grandissimi risultati. La sperimentazione in campo, possibile attraverso i progetti di ricerca finanziati anche da fondi europei, richiede applicazione. Per accrescere la competitività occorrono ricerca, innovazione e mezzi».

Invece il Cespevi stenta.

«Il bilancio in perdita, sui 100mila euro annui, per i debiti verso fornitori e dipendenti ha negli ultimi tempi impedito alla Camera di Commercio, partner al 20% (il rimanente 80% è della Fondazione Caript), di sostenere il centro in maniera più convinta. Il ricavato della vendita di una parte di terreno che serve per il nuovo ospedale consente però di riportare il bilancio in pareggio e di ipotizzare un più forte contributo dei soci per ripartire con grandi ambizioni».

In quale settore?

«Il Cespevi ha una enorme potenzialità inespressa e necessità di un progetto di ammodernamento e ristrutturazione, da portare avanti in collaborazione con le Università di Pisa e Firenze. Dobbiamo saper valorizzare e sfruttare meglio, ad esempio, la banca del germoplasma che dispone di oltre mille essenze autoctone. In Europa è la più importante e un fiore all’occhiello è la selezione di glicine di cui disponiamo».

Ma tranne gli addetti ai lavori pochi conoscono queste eccellenze. Non si ritiene opportuno cambiare passo nella comunicazione, nella promozione e nello sfruttamento di questa risorsa, anche a fine turistici?

«Per la verità parliamo da tempo di organizzare iniziative di richiamo, a partire dalle visite guidate. Il Cespevi potrebbe funzionare da mostra del verde permanente e potremmo allestire manifestazioni specifiche anche in città, magari nella Fortezza S. Barbara, come qualcuno ha proposto. L’esperienza degli agriturismi conferma l’attenzione del pubblico per le vacanze e le iniziative legate al verde. Dobbiamo tenerne conto perché il turismo porterebbe benefici non solo agli agricoltori e ai vivaisti, ma a tutto l’indotto, compresso il commercio e l’alberghiero».

Quali sono gli altri vincoli che frenano le aziende del vostro settore?

«La lista è lunga. Si può cominciare con le norme urbanistiche che non consentono alcuna possibilità di crescita e di maggiore competitività, ovviamente nel rispetto dell’ambiente. Non vengono concessi terreni e spazi per ammodernare e potenziare le aziende e la burocrazia blocca lo sviluppo, anche con controlli davvero vessatori. Rimane nei confronti del vivaismo e dell’agricoltura in generale una cultura del sospetto che dipinge come inquinanti attività che in realtà accrescono l’apporto di ossigeno. Il ricorso a fitofarmaci è sempre più mirato e i prodotti di nuova generazione sono sempre meno inquinanti; ricicliamo l’acqua e comunque attingiamo ai pozzi privati, ma non basta per rimuovere pregiudizi infondati. Oggi un filare di vasetteria inquina meno di un campo di grano, se si giudica in base al ricorso ai fitofarmaci. E la geometria dei vivai abbellisce il paesaggio, un’oasi verde nel tratto tra la costa e Firenze, per il resto dominato dal cemento. La politica deve liberarsi dalla soggezione a luoghi comuni immotivati che frenano la necessaria azione di sostegno alle aziende del verde. Chiediamo ad esempio regolamenti urbanistici che tengano conto delle esigenze dettate dalle norme sulla sicurezza, che richiedono locali adatti, oggi non costruibili. I Comuni devono dare la possibilità di mettersi in regola, dal momento che le aziende verdi sono sentinelle della manutenzione idrogeologica».

Come vanno la floricoltura, l’orticoltura e la produzione di olio e vino?

«Sono in sofferenza, i mercati sono invasi dal prodotto estero. I costi di produzione da noi sono insostenibili. Qualcosa però sta migliorando con il ricorso all’energia prodotta dalla combustione del cippato

(scarti verdi, ndr) che consente di risparmiare sul riscaldamento. Il distretto forestale fornisce un buon prodotto locale a costo contenuto rispetto al gasolio. Alle aziende dell’ortofrutta un po’ di respiro lo danno i mercati contadini, mentre per l’olio è un guaio il basso prezzo: a 6 euro al litro non c’è possibilità di ricavo».

Non rende il vino?

«Ne abbiamo di ottima quallità, ma l’impressione è che le nostre aziende, con qualche eccezione, debbano crescere e fare fronte comune, creando un vero e proprio sistema. Il vino può diventare d’eccellenza assoluta, ma i costi degli investimenti necessari spesso spaventano. E scoraggiano la burocrazia ottusa, insieme a controlli che hanno a volte il saporre della persecuzione. La speranza è che un nuovo slancio possano darlo iniziative come le strade del vino e dell’olio e la promozione da parte delle istituzioni».

I giovani si avvicinano all’agricoltura?

«Lo farebbero volentieri, ma è quasi impossibile. Anche utilizzando i contributi della Regione, che copre fino al 50% dell’investimento, dove trovano le somme rimanenti, visto che le banche non danno più soldi a nessuno? Più in generale, l’accesso al credito è diventato un dramma per tutte le aziende, che scontano anche gravi ritardi nella realizzazione delle necessarie infrastrutture: strade, viabilità forestale e banda larga su tutte».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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