Il Tirreno

Pistoia

Più formazione per assicurare futuro e lavoro Il preside del Fedi-Fermi chiede risorse al fine di garantire un’istruzione al passo dei tempi

di Francesco Albonetti

PISTOIA Il suo sogno era quello di diventare un ricercatore di fisica: particelle elementari, come Fermi, Amaldi, Majorana, nella migliore tradizione italiana che ha partorito alcuni fra i più grandi...

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PISTOIA

Il suo sogno era quello di diventare un ricercatore di fisica: particelle elementari, come Fermi, Amaldi, Majorana, nella migliore tradizione italiana che ha partorito alcuni fra i più grandi geni dell’atomo, dai ragazzi di via Panisperna a Carlo Rubbia. Invece Angelo Borchi (nella foto a fianco) è diventato il decano dei presidi pistoiesi.

Un ruolo che svolge con passione e rigore all’istituto tecnico Fedi–Fermi. Borchi aveva già diretto il Pacini dal 1995 al ’96, per poi passare al Capitini di Agliana, quindi al Fermi e di nuovo al Capitini. Infine, da cinque anni a questa parte, il preside è tornato definitivamente all’Iti di via Panconi. Fisico ricercatore, insegnante e dirigente scolastico. Ma c’è un’altra grande passione coltivata negli anni: quella politico-sindacale. Attualmente Borchi è consigliere comunale («indipendente», tiene a precisare) nelle file della Federazione della Sinistra. Nel suo passato spicca la fase della contestazione sessantottina all’università, dove ha conosciuto Sofri e D’Alema. Ma c’è anche un’importante attività nelle file della Cgil.

Professor Borchi, dalla vocazione universitaria al mondo della scuola. Come è avvenuto questo passaggio?

«Bisogna tornare agli anni ’70, quando ero ricercatore al laboratorio fisico atomico e molecolare di Pisa. Ho iniziato a lavorare al Cner dopo essermi laureato in fisica nel 1969. Purtroppo ho avuto una lite con un dirigente e, mio malgrado, sono dovuto passare alla scuola: ormai insegno da 40 anni. Tuttavia sono sempre rimasto legato all’università, collaborando come insegnante».

Una collaborazione che ha messo a frutto anche alle superiori: oggi l’Iti Fedi è la scuola pistoiese più legata all’università.

«È proprio così. Mettiamo a nostra disposizione dell’Università di Firenze e del Polo pistoiese laboratori e locali per il corso di meccatronica. Loro comprano le strumentazioni. Nei corsi di ingegneria e meccatronica è inclusa l’attività nel nostro laboratorio di ricerca in cui intervengono vari dottorandi e fanno ricerca sulla manutenzione e controllo dei convogli ferroviari. Una sperimentazione legata ai trasporti profondamente legata al territorio pistoiese. Ma non c’è solo questo. Da quest’anno è partito l’Its, l’Istituto tecnico superiore sulla meccanica e i trasporti che viene fatto insieme all’istituto Leonardo da Vinci di Firenze e al tecnico di Rosignano Solvay. Abbiamo quaranta studenti provenienti da tutta Italia».

Lei che è stato un contestatore, cosa salva delle riforme della scuola avvenute in questi ultimi anni?

«La sorprenderò, ma il riordino della scuola superiore operato dal ministro Gelmini è la parte migliore, in quanto semplifica gli indirizzi tecnici e i licei. Gli istituti tecnici riacquistano carattere e valenza nella formazione. In qualche modo viene ripresa la filosofia del ministero Fioroni, che si era persa con la Moratti. L’aspetto negativo è quello dei tagli: non solo sono indiscriminati, ma pensati male perché tengono conto solo del numero degli alunni e non dei costi. Un istituto tecnico costa più di un liceo, ma i tagli sono gli stessi. Basti pensare che noi al Fedi-Fermi abbiamo 55 classi e 40 laboratori e mancano i soldi. Stiamo cercando di ingegnarci per recuperare risorse e in parte ci siamo riusciti, ma il problema di fondo rimane».

Della scuola pistoiese cosa pensa?

«Il giudizio è positivo. Abbiamo esperienze valide dal punto di vista didattico e formativo. La scuola superiore pistoiese è mediamente severa, si studia davvero. E i risultati si vedono anche dal numero dei diplomati che, usciti dagli istituti tecnici, vengono scelti e trovano subito lavoro. Lo dico a ragion veduta, confrontandomi con esperienze di altre realtà anche toscane. Forse non è una delle scuole più vivaci come attività e impegno politico degli studenti, ma credo che questo sia un fatto generazionale, più che pistoiese».

Preferirebbe degli studenti più impegnati e ribelli, come sono state le generazioni precedenti, in particolare la sua?

«Non posso rimproverare nulla, i giovani di oggi sono il riflesso della società in cui viviamo. Certo noi partivamo da ideali di rinnovamento da realizzare, ci impegnavamo nel sociale credendo nella possibilità di realizzare un mondo migliore. Oggi questa spinta ideale manca completamente, contano molto l’individualismo e il raggiungimento del successo personale, c’è una chiusura in se stessi. Magari i ragazzi protestano lo stesso, ma si fermano alle questioni più pratiche e immediate».

Cosa ricorda degli anni della contestazione studentesca?

«Io ero legato a Lotta Continua. Ho partecipato alle lotte studentesche del 1968, ricordo bene quando colpirono Ceccanti alla schiena. Quando studiavo alla Normale di Pisa conoscevo Adriano Sofri e ho fatto il corso di perfezionamento insieme a D’Alema. Pochi sanno che l’ex presidente del Consiglio dei Democratici ha una formazione di tipo scientifico, poi non so se abbia mai finito quel filone di studi».

Dopo cosa è successo?

«Nel 1976 mi ero avvicinato al Pci, ma non mi ci ritrovavo. Così preferivo l’attività di sindacalista e sono stato anche segretario provinciale della Cgil scuola di Pistoia. Molto dopo, nel 2010 quando Rosanna Moroni si dimise, fui chiamato a sostituirla in consiglio comunale in quanto risultavo primo dei non eletti nei Comunisti Italiani. Quando c’è stata la divisione, in un primo momento ho aderito al Sel. Solo che questo partito aveva un’impronta troppo ecologista per i miei gusti. Così sono tornato indipendente con la Federazione della sinistra. Con i partiti non ho grande feeling, mi sento più un sindacalista».

Oltre alla crisi economica generale, Pistoia attraversa un periodo difficile ed è alla ricerca di una nuova identità. Lei cosa cambierebbe?

«La prima cosa che mi viene in mente è politica e riguarda l’attuale amministrazione. Io credo che questa giunta sia migliore di quanto non appaia all’esterno. Mi sembra molto attenta alle esigenze sociali e sta portando avanti delle scelte condivisibili, come quella del nuovo ospedale e dell’urbanizzazione nelle aree ex Breda. Certo ci sono problemi e criticità. Conoscendo bene il mondo della scuola credo che occorra puntare molto di più sull’orientamento e sulla formazione e il futuro della città dipende molto anche dalla formazione dei giovani. C’è ancora troppo scollamento fra scuola e lavoro».

È in corso una feroce polemica sul regolamento urbanistico, cosa ne pensa?

«C’è chi dice che ingessa la città e chi, al contrario, che sia troppo permissivo e favorevole al cemento. Il regolamento urbanistico avrebbe dovuto risolvere molti problemi sull’identità cittadina, invece sembra che li abbia creati: 51 riunioni di commissioni e un ostruzionismo delle opposizioni che sta diventando esplosivo. Colpa di una parte delle opposizioni certo, ma anche delle divisioni interne alla maggioranza, che spesso in questa legislatura hanno comportato ritardi nell’approvazione dei provvedimenti e così è stato anche col regolamento urbanistico. Io penso che questo strumento sia partito in origine con qualche eccesso, per esempio con il blocco della possibilità di ristrutturare gli edifici antecendenti al 1953, ma in generale è un buon piano basato sul recupero del vecchio e non sulla cementificazione e strada facendo è molto migliorato rispetto all’originale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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