Sicurezza
«Qui da noi non fu provato che i dirigenti sapevano»
Amianto killer, all’indomani della storica condanna a Torino dei vertici Eternit il procuratore di Pistoia spiega la differenza con le assoluzioni nel caso Breda
PISTOIA. «Non fu provato che vi era la consapevolezza della pericolosità di quelle fibre anche in quantità minima». Quando la sentenza di assoluzione fu pronunciata, non era ancora a capo della Procura della Repubblica di Pistoia. Ma, all’indomani della storica sentenza che ha condannato per l’amianto killer i vertici della Eternit, Renzo Dell’Anno ha ben chiara la differenza tra il processo di Torino e quello che, nel giugno 2004, vide assolti i dirigenti che, dal 1965 al 1986, si susseguirono alla guida dello stabilimento Breda di via Ciliegiole.
«Quando si iniziò ad utilizzare l’amianto – spiega il procuratore capo – nessuno sapeva che era cancerogeno. Le conseguenze in ordine ai problemi di salute sono state accertate e approfondite gradualmente a partire dagli anni Settanta, ma non c’è stato un momento ben preciso rispetto al quale prima non si sapeva nulla e poi si sapeva tutto. Facendo un parallelo con il fumo delle sigarette, non c’è stato per l’amianto un “Rapporto Terry”».
«Per quanto riguarda il caso di Pistoia, inoltre – prosegue Dell’Anno – anche qualora si fosse accertata la prova della consapevolezza ne sarebbe emerso un altro: a quale tra i datori di lavoro che si sono succeduti negli anni attribuire la responsabilità di non aver preso le precauzioni per impedire le morti per tumore».
La sentenza di primo grado del giudice monocratico di Pistoia fu poi confermata in appello quattro anni dopo: «Dal punto di vista giuridico era quindi corretta. Purtroppo il diritto non si può basare sulle lacrime delle persone».
A differenza del processo di Torino, in cui sembra che un ruolo fondamentale sia stato giocato dal ritrovamento di un dossier commissionato in tal senso dai vertici Eternit, nelle motivazioni della sua sentenza, il giudice pistoiese spiegò che i dirigenti della Breda non potevano prevedere il rischio che decine di dipendenti morissero per tumore ai polmoni o per mesotelioma, né sapevano che per scongiurare questa eventualità sarebbe stato necessario eliminare completamente l'amianto dalle lavorazioni. In quegli anni l'unico rischio conosciuto era l'asbestosi, che si combatteva “riducendo” l'amianto, non “eliminandolo”. «Gli imputati potevano in concreto prevedere che, anche a distanza di molti anni e pur in presenza di livelli di concentrazione di fibre di amianto molto bassi, sicuramente inidonei a causare asbestosi (e insufficienti anche a provare l'esistenza del nesso causale con i tumori al polmone), alcuni dipendenti sarebbero deceduti a causa di una rarissima forma tumorale, il mesotelioma appunto? Secondo l'accusa sì, ma per il giudice «un assunto rimasto indimostrato nel processo».
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