Chiesta l’assoluzione per l’ex presidente Il pm: «Non sapeva»
Per l’accusa va condannato il direttore dell’impianto ma solo per una delle tre imputazioni. Il 29 la sentenza
PISTOIA
Nove mesi di reclusione e 30 mila euro d’ammenda per non aver fermato l’impianto e, «con un comportamento spregiudicato, consistito nell’occultare il dato», aver impedito di risalire alla causa del primo sforamento.
È quanto chiesto dal pm Riccardo Bastianelli per Maurizio Capocci, responsabile del funzionamento dell’inceneritore di Montale all’epoca delle fuoriuscite di diossine e furani registrate il 3 maggio e il 19 luglio 2007. Per Giorgio Tibo invece, allora presidente del consiglio d’amministrazione di Cis srl (alla gestione, dal 2005, dei forni montalesi), la pubblica accusa ha chiesto l’assoluzione per tutti i capi d’imputazione. Secondo il pm non vi sarebbero prove del fatto che l’ ex numero uno della società fosse a conoscenza dello sforamento di maggio.
L’ipotesi di reato sulla quale la procura ha fondato le sue accuse si basa sulle violazioni delle disposizioni del decreto legislativo 133 dell’11 maggio 2005. Ai due imputati era stata contestata, in dettaglio, la violazione dell’articolo 9 (punto 1) e dell’articolo 16 (punto 3): superamento dei limiti quantitativi di emissione in atmosfera di sostanze inquinanti e mantenimento in funzione, dopo le 4 ore d’attività concesse per legge dall’evidenza degli sforamenti, dell’impianto; oltre al reato previsto dall’articolo 674 del codice penale (che punisce chiunque getti in luogo pubblico cose atte a offendere o molestare persone).
Per il primo capo, il pm ha chiesto al giudice monocratico Patrizia Martucci l’assoluzione sia per Tibo, sia per Capocci. «Mentre la causa delle emissioni di maggio (con una concentrazione di diossine 6 volte superiore a quella consentita per legge, ndr) resta ignota, impedendo quindi la formulazione di accuse soggettive verso i due imputati, quella del 19 luglio è ragionevolmente riconducibile alla scarsa qualità di carboni attivi (indispensabili all’abbattimento di inquinanti, ndr) immessi nell’impianto» ha detto ieri il pm Bastianelli.
La qualità pessima dei carboni, ha incalzato Cecilia Turco, difensore dell’ex presidente Cis, rappresenta un «caso del tutto fortuito e quindi imprevedibile» dovuto, secondo l’avvocato, al comportamento illecito o illegale di chi ha venduto quella partita di roba «tarocca».
Per Federico D’angelo però, legale delle parti civili (29 cittadini), i conti non tornano. Su quei carboni sarebbe stato fatto, in termini di quantità, uno «scellerato risparmio economico da parte del Cis». L’impianto accusatorio del pm Bastianelli, che, insiste D’Angelo,«veste quasi i panni della difesa», è ruotato intorno alla presunta colpevolezza di Capocci nell’aver taciuto i risultati – conosciuti il 6 giugno 2007 per telefono e il 12 luglio tramite relazione scritta – dei controlli fatti dal laboratorio privato Idronconsult il 3 maggio precedente.
Le testimonianze rese dai dipendenti della società di analisi però, secondo Andrea Niccolai, difensore dell’ex responsabile dell’impianto, sarebbero del tutto inattendibili.
I rappresentanti delle parti civili hanno chiesto una sentenza di colpevolezza per tutti e 3 i capi d’accusa contestati e il pagamento del risarcimento nei confronti dei loro assistiti. «Se dopo il primo sforamento si fossero adottate le necessarie misure di diligenza per capire cos’era successo a maggio, si sarebbe verificato il secondo superamento? Ritengo proprio di no» ripete Pamela Bonaiuti, avvocato del circolo pistoiese Legambiente, chiedendo la condanna dei due imputati almeno per la fuoriuscita di diossine del luglio 2007. La sentenza, il 29 febbraio alle 15.
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