Il Tirreno

Pistoia

Attenti a non snaturare Pistoia

Il professor Carifi parla della città che vorrebbe: «Va conservata l’immagine storica del centro»

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Roberto Carifi, osserva la città dall’angolo che si è ritagliato in via dell’Ospizio, tra il suo appartamento e la libreria Lo Spazio, diventata la sua seconda casa.

Cosa le piace di Pistoia?

«Le vie strette, la città “rocciosa”, come la chiamava Piero Bigongiari che, non a caso, abitava in via Del Vento: anche quella è una via stretta. Pistoia era un piccolo borgo, poi, via via, si è allargata e sono nati, fuori dalle mura, i grandi viali. Mi riferisco alle vie nuove, un po’ anonime, che la circondano. Ecco, quelle non mi piacciono».

E cos’altro non le va?

«Non mi piace l’esplosione commerciale. Il rischio è che la città sia invasa da insegne e perda il volto di città storica, di borgo antico».

Il centro è molto cambiato negli ultimi anni: adesso ci sono molte catene di negozi, e meno botteghe; hanno chiuso alcuni bar storici, dal Piemontese, al Caffè del Globo, fino alla storica gestione del Valiani, e ne sono aperti altri, ad esempio sulla Sala. Come interpreta questi cambiamenti?

«Il fatto che abbiano chiuso alcuni bar storici è molto triste: si perde un piccolo tassello che costituiva il volto della città. Tra le nuove attività, comunque, ce ne sono anche di valide. Ad esempio negli ultimi anni hanno aperto nuove librerie, tra cui quella di via dell’Ospizio, proprio davanti a casa mia, dove passo sempre le giornate. Un altro aspetto che valuto positivamente sono le attività sulla Sala. Ho visto che ne sono nate di nuove. Io non ci vado mai; non ci posso andare, ma non credo che rovinino la città. Anzi. Credo che siano una risorsa».

A turno Pistoia è stata definita morta, noiosa, provinciale e con pochi stimoli e prospettive agli artisti. Con una buona dose di ironia alcuni dei suoi amici poeti hanno detto di lei che è il “teorico dello sfavìo” . Che ne pensa?

«In questa frase, ironica, un po’ di verità su Pistoia c’è. Parla della noia, del tedio che a volte ha caratterizzato anche la mia vita e il mio rapporto con la città; ma si parla della mia “vita precedente”, prima della conversione al buddismo e prima che mi sentissi male. Dello “sfavìo di Pistoia” ne parlavo molti anni fa, ma ora ho capito che a volte basta un bicchiere d’acqua per mandare via il tedio e sentirsi aperto, illuminato. Anche una camminata, per chi la può fare, è sufficiente per sentirsi tutt’altro che arrivati. Basta andare, come facevo prima dell’incidente, sulla riva del lago del Villone Puccini, allo Scornio, con quell’isolotto, al centro, che mette in scena dei ruderi di fine Ottocento. Io mi sedevo lì e pensavo per ore. Anzi, non pensavo affatto. Quello è un altro angolo di città prezioso».

Pistoia secondo lei è una città sensibile alla cultura? E i pistoiesi?

«La domanda dev’essere capovolta, perché così è sbagliata: anche l’aspetto più umile della persona è cultura. Quindi, sì, Pistoia è una città di cultura, ma nel senso della sua umiltà, della sua bassezza. Non è di cultura perché c’è chi si definisce intellettuale. Io, in passato, ero uno di quelli: leggevo Simone Weil, ne ero “un esperto”, e invece non ne capivo nulla. Solo ora, invece, l’ho capita».

Sta crescendo il turismo e questo può avere conseguenze positive e negative.

«Credo che Pistoia non diventerà mai una città-vetrina. È in mezzo ad altre realtà bellissime, come Firenze e Lucca, che sono, a dire la verità, un po’ “vetrine”, e richiamano già un forte afflusso turistico. Pistoia è una città molto bella e ritengo positivo il fatto che gli stranieri, in numero limitato, la visitino e ne apprezzino gli aspetti più di valore».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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