Lutto
«Il vivaismo è una risorsa la politica non lo capisce»
A giudizio del direttore Giannoni e il vice Mati manca a Pistoia la giusta cultura del verde che porterebbe vantaggi non soltanto per le aziende
di Marco Innocenti
PISTOIA
Si fa a Pistoia il 30% del prodotto interno lordo nazionale del florovivaismo. E qui ci sono 1.300 aziende, con 14mila addetti, il cui lavoro è apprezzato nel mondo. Eppure il feeling tra quel comparto e la città, che tanti frutti potrebbe dare, stenta a formarsi. Le persone che non vedono di buon occhio il vivaismo puntano il dito sulle conseguenze dell’emungimento di acqua dalla falda, dell’uso di fitofarmaci e diserbanti e della presenza di tanti lavoratori al nero. I vivasti respingono con forza le accuse, che giudicano luoghi comuni privi di fondamento, e contrattaccano, imputando soprattutto alle amministrazioni e alla politica scarsa considerazione per il loro settore, osteggiato da vincoli di ogni genere che gli impediscono di crescere e rendono difficile anche proseguire le attività.
Di questi temi parlano alla Confagricoltura il direttore Genunzio Giannoni e il vice, Francesco Mati (imprenditore del settore, entrambi nella foto a destra) che è anche presidente della federazione nazionale della florovivaistica.
«Pistoia ha tutto - dicono - per diventare davvero il laboratorio verde modello per tutte le città italiane, ma troppi elementi hanno reso finora irrealizzabile questo progetto».
Per quale motivo?
«Certamente scontiamo l’assenza di una politica di distretto e, va detto, anche la scarsa collaborazione interna al settore, dove peraltro pesano interessi diversi tra gli associati delle varie organizzazioni. Ma il problema principale è secondo noi l’assenza di una vera e propria cultura del verde nella città, che pure nel mondo rappresenta un punto di riferimento. Non c’è mai stata, nelle istituzioni e nella politica locale, una presa di coscienza di quello che siamo, che rappresentiamo e che potremmo dare. Non sono mai stati perseguiti progetti strategici per il nostro settore. Occorre una diversa visione della città e del territorio».
Cosa chiedete in concreto?
«Un confronto a tutto campo che possa rimuovere i troppi vincoli che ci danneggiano e che porti a una programmazione che ci consenta di investire e far crescere le nostre aziende. Non solo nella Piana, ma anche nella Montagna. Mille veti, mille ostacoli inducono all’abbandono del territorio: addirittura il piano regolatore obbliga a fare certe colture, non c’è nemmeno la libertà di scegliere cosa piantare in base alle prospettive di mercato. Sarebbe come se alla Breda imponessero di fare pattini al posto dei treni. Altro esempio: non viene concessa la minima possibilità di utilizzare negli oliveti gli spazi vuoti per altre colture vivaistiche. Di fatto ci viene impedito, al contrario di quanto accade nei paesi dei nostri concorrenti, di fare il nostro lavoro. E quel poco che si può fare è reso sempre più complicato dalla burocrazia. Non c’è da stupirsi poi se le aziende smobilitano e si trasferiscono in Polonia o in Romania. È evidente che diventa un miraggio rimanere competitivi, se a questo quadro aggiungiamo che da noi si pagano contributi per il 38% agli operai, quando in Europa sono mediamente al 12%, e che paghiamo il gasolio per le serre 1,20 euro il litro, quando in Olanda per legge il metano che usano può arrivare a costare al massimo 0,42 euro al litro».
Ma non siete in grado di porre questi problemi in sede nazionale ed europea?
«Il guaio è che a quei tavoli noi abbiamo una classe politica improvvisata, quando i rivali europei inviano personaggi preparatissimi anche sotto il profilo tecnico. Le politiche florovivaistiche sono ormai decise dagli olandesi, capaci di ottenere fondi europei anche se vanno a produrre in Africa a costi irrisori rispetto ai nostri».
Eppure i 6mila ettari di vivai di Pistoia hanno una marchio invidiato nel mondo.
«Possiamo ringraziare la professionalità e la qualità del nostro lavoro, che si basa sull’esperienza di 150 anni e sull’innovazione continua. Qui tiriamo su piante dal 1860 e abbiamo inventato tutte le tecniche più evolute. È a Pistoia che nel 1906 è stato ad esempio inventato il sistema della zolla. Ma oggi, per resistere e ripartire dopo una crisi che ha toccato anche noi, è necessario poterci confrontare sul mercato liberi dai vincoli che altri non hanno. E anche ottenere tempi più rapidi nei pagamenti da parte degli enti pubblici, che impiegano due anni a liquidare le fatture. E magari fanno appalti per il verde pubblico in general contract, vinti al ribasso da società di capitali che poi subappaltano, puntando tutto su risparmi che significano bassa qualità. In questi casi si deve sapere che se un ente spende 100, il beneficio che il cittadino percepisce non è più di 30».
Il sindaco, Renzo Berti, in una recente intervista al nostro giornale ha auspicato un più stretto e proficuo rapporto tra città e vivaismo, parlando di diffidenze da superare.
«Da sempre siamo vittima di luoghi comuni. Se in 1.300 aziende lavorano i 1.300 imprenditori a cui appartengono, è difficile pensare che siano così scriteriati da mettere a rischio anche la salute personale a causa dei prodotti tossici che secondo i nostri detrattori sarebbero usati nelle colture. I controlli continui e mirati dell’Asl e dell’Arpat fanno cadere sul nascere certe accuse. E chi teme che i nostri emungimenti lascino la città a secco dovrebbe sapere che il nostro bacino non va mai sotto. Tanta acqua si prende e tanta se ne rilascia. Nelle nostre aziende non sprechiamo una goccia: abbiamo depositi e la ricicliamo; raccogliamo anche quella che cola dai tetti».
C’è chi parla del lavoro nero come una piaga nei vivai.
«Guardi, nel nostro genere di colture serve gente preparata ed esperta. Non possiamo escludere che, come in tutti i settori, ci possa essere qualche situazione non in regola, ma da noi il ricorso al bracciantato è davvero ridotto».
Altri sostengono che la vostra attività sia fonte di inquinamento.
«I controlli costanti parlano chiaro. Non solo non rechiamo danni all’ambiente, ma lo miglioriamo. Un ettaro a vivaio, con piante giovani in accrescimento, assorbe 50 tonnellate di anidride carbonica in un anno. Invece di metterci in difficoltà con i divieti di bruciare i residui del legno all’aperto, gli amministratori dovrebbero pensare a circondare la città di verde: la abbellirebbero e migliorerebbe anche la qualità dell’aria. Intanto bisognerebbe che il nostro paese attuasse il protocollo di Tokio, che pure ha recepito, sul limite dei valori di CO2 nell’aria».
Organizzate, ogni due anni, la manifestazione “Vestire il paesaggio” che però è sostanzialmente diretta agli esperti e agli operatori. Avete mai pensato ad un evento, una mostra che possano legare la vostra attività al territorio e far conoscere nel mondo Pistoia come città del verde, attirando anche un importante flusso di turismo qualificato fatto non solo di esperti ?
«La nostra iniziativa in questo campo può crescere. Pensiamo ad esempio a una olimpiade del verde nel corso della quale potremmo trasformare in parco una delle aree che ospitano l’evento e lasciarla alla città in modo permanente. E valutiamo anche l’idea di un expo aperto al pubblico. Si può fare tutto, ma è essenziale che gli amministratori si convincano che il vivaismo è una risorsa, non un problema».
Perché nell’agricoltura pistoiese il vostro pare quasi l’unico settore di impegno e sviluppo? Che fine hanno fatto le altre colture?
«I costi di produzione non più concorrenziali e i vincoli hanno di fatto espulso dal mercato produzioni da noi tipiche come quelle del tabacco, della barbabietola, dei cereali. E anche l’allevamento, un tempo florido soprattutto nella Montagna. Un guaio, anche perché assistiamo inermi all’acquisizione di terreni agricoli e alle produzioni intensive dei monopolisti che offrono cibi a basso prezzo. Per ora. Quando si saranno impadroniti di tutto il mercato cosa faranno?».
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