Il Tirreno

Pistoia

Luca Cei, studente dello scientifico e scout: «Da grande? Forse il liutaio»

«Più spazi per suonare»

Marta Quilici
«Più spazi per suonare»

Non è Tristoia, ma «potrebbe essere valorizzata meglio»

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 PISTOIA. Mancano spazi in cui suonare, il patrimonio artistico e architettonico è poco valorizzato, i parcheggi avanzano a scapito del trasporto pubblico che invece arretra, ma non siamo ancora a "Tristoia". Per Luca Cei, 18 anni, membro degli scout San Giorgio 1 e studente del liceo scientifico, Pistoia non è ancora così "triste" da meritarsi il nomignolo con cui viene chiamata da molti suoi cittadini. Secondo Luca, qualcosa da fare per migliorarla e per valorizzare le sue ricchezze c'è, ma non è ancora una città morta e cupa come a volte viene ritratta.  Cosa ti piace di Pistoia?  «Non ci sono molte attrazioni per divertirsi, questo è vero, ma bisogna vedere cosa interessa; a me ad esempio piace il fatto che è una città calma, in cui i ragazzi si possono ritrovare in centro».  Ma la sera cosa ti va di fare?  «Prima di iniziare la serata mi piace fare una partita a biliardo. Di solito andiamo al Bar Sport vicino piazza Duomo, se non chiude prima. Poi andiamo nei locali in cui c'è musica dal vivo come l'Irish, l'Orange e a volte suoniamo anche noi, anche se il nostro gruppo, i Nuages, (a destra in una foto presa dal sito internet della band) fa un tipo di musica un po' particolare: non abbiamo la classica conformazione da pub e i nostri pezzi sono quasi tutti strumentali, quindi è difficile che ci invitino ad esibirci nei locali pistoiesi».  E allora dove vi esibite?  «A volte all'Irish. Il Melos sarebbe un posto utile, ma è quasi sempre chiuso. Di solito andiamo fuori Pistoia e soprattutto a Prato, al Controsenso o al Siddharta».  Questo, quindi, è il primo difetto di Pistoia...  «Sì, in effetti in città manca uno spazio dedicato alla musica emergente. Nei pub di solito chiedono cover, non musica nuova. Noi, invece, scriviamo canzoni nostre. Adesso speriamo nella nuova Cattedrale, ma non sappiamo cosa ci verrà fatto».  Altre cose che non vanno in città?  «A me piace molto l'architettura, ma mi sembra che Pistoia non riesca a valorizzare il suo patrimonio. Lucca, ad esempio, ha una grande ricchezza artistica, ma la cosa che più conta è che riesce a valorizzarla moltissimo: offre bene quel che ha. A Pistoia, invece, la maggior parte delle opere sono ignorate e a volte si rischia anche di danneggiarle, come in San Bartolomeo».  Ti riferisci al progetto di realizzazione del parcheggio dietro il complesso monumentale?  «Io abito in San Marco e credo di poter dire che quel parcheggio agli abitanti del quartiere non porterà alcun beneficio. Lo stesso vale per il giardino in via Abbi Pazienza, dietro la chiesa di Santa Maria in Borgo Strada: anche lì ci fanno un parcheggio. Non è questo l'interesse della città».  Sei contrario ai parcheggi in centro?  «Credo siano utili, ma non accanto a un complesso monumentale antico. Si potrebbe farne uno anche di "100 piani", ma fuori dalle mura. Secondo me si dovrebbe togliere le auto dal centro, allontanarle fino fuori delle mura e creare un servizio di trasporto pubblico davvero efficiente».  Dopo la maturità, cosa vorresti fare?  «Mi piace architettura, ma sono indeciso tra l'università di Firenze (più vicina) e quella di Pisa (più valida). In realtà a me piacerebbe anche entrare a lavorare nel settore della liuteria, per la riparazione degli strumenti».  Come vedi il tuo futuro nel mondo lavorativo?  «Suppongo dipenda dalla strada che scelgo di intraprendere. Non credo, comunque, ce ne sia una sicura. Forse, per trovare lavoro, si dovrebbe scegliere un mestiere che nessuno vorrebbe fare più, un mestiere manuale di bottega. Il calzolaio, per esempio. Per ora comunque cerco di far le cose che mi piacciono».  Attraverso gli scout conosci bene anche il mondo del volontariato. Qual è il suo stato di salute?  «Il motto del nostro Clan è "A servire", quindi più che volontariato il nostro è un servizio. Io, ad esempio, l'anno scorso sono stato al centro San Martino De Porres, con gli stranieri, e quest'anno presso l'associazione Agrabah, per ragazzi affetti da autismo. In generale mi pare che per adesso le associazioni ce la facciano ad andare avanti, ma si devono appoggiare sempre di più su donazioni di privati perché i finanziamenti pubblici sono sempre meno».  Gli scout educano al rispetto e alla responsabilità nei confronti dell'altro e del proprio territorio. Fa altrettanto la società?  «Il percorso scout dura 12 anni, alla fine dei quali un ragazzo dovrebbe aver appreso una forma di interessamento per ciò che ha intorno e di allenamento all'attenzione per una buona vita comunitaria. Le altre realtà che possono offrire un'educazione simile sono forse la famiglia e la scuola (quando ci sono professori o genitori sensibili). Le istituzioni non possono forse dare un'educazione così incisiva, ma di sicuro potrebbero dare il buon esempio. Presentare una città pulita e curata è già un modo per educare».

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