Sicurezza
Il racconto del commercialista Armato, presso il quale Casseri aveva fatto il praticantato
Cercava l'affermazione di se stesso
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Il corpo di Casseri nel garage in cui si è suicidato dopo lagguato Sotto, il commercialista Armato «Voleva emergere senza l'aiuto della famiglia, ma non ce la fece»
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PISTOIA. Un ragazzo alla ricerca della sua identità. «Era taciturno, ma un gran lavoratore. Una persona che non riusciva a comunicare con gli altri, ma che si sarebbe potuta inserire nella società attraverso il lavoro. Invece è scivolato in un tunnel senza appigli, sempre più nero, che lo ha poi portato a questo tragico epilogo». Lo ricorda così Calogero Armato, noto commercialista pistoiese che alla fine degli anni'80 aveva accolto nel suo studio Gianluca Casseri, il killer che martedì ha ucciso a Firenze due senegalesi e feriti altri tre, prima di suicidarsi. «Da noi Casseri fece per diverso tempo del praticantato - ricorda Armato -. Prese l'abilitazione come ragioniere commercialista e superò senza problemi l'esame di Stato: non mi ricordo la valutazione, ma lo passò al primo tentativo. Si iscrisse anche all'allora Collegio dei ragionieri di Pistoia (l'attuale Ordine professionale). Poi ebbe una sbandata. Probabilmente fu una questione di amore. Una donna. Di punto in bianco piantò tutto e andò via. Andò all'Abetone, lontano dall'ambiente protetto di Pistoia in cui la sua famiglia, facoltosa, poteva aiutarlo e sostenerlo. All'Abetone non aveva nessuno che potesse aiutarlo. Doveva far leva solo sulle sue forze e credo fosse proprio questo che cercava: dimostrare che ce l'avrebbe fatta da solo. Ma non fu così e dopo un anno o poco più tornò a Pistoia e si chiuse in casa. Da allora non lo vidi più. Non l'ho neppure incrociato per strada». A Pistoia, grazie anche al sostegno della famiglia, Casseri avrebbe forse potuto inserirsi nella società, trovare un posto in quel mondo reale che a lui sembrava tanto ostile e con il quale aveva sempre avuto difficoltà a rapportarsi. Aveva sui trent'anni quando decise di lasciare quelle poche sicurezze che aveva in città, il lavoro e i parenti, per andare a lavorare all'Abetone dove trovò occupazione come ragioniere a servizio degli albergatori della montagna. Si trasferì a Pievepelago, si cancellò dall'Ordine di Pistoia e si iscrisse a quello di Modena. Fu una sfida con se stesso. Ma la perse. E da quella sconfitta non si rialzò più. «Quando tornò in città - spiega Armato - non volle iscriversi di nuovo all'Ordine di Pistoia; si chiuse in casa. Sua madre ogni tanto mi chiamava per chiedermi di spronarlo a uscire. Io lo cercavo e al telefono sembrava tranquillo. Mi prometteva che sarebbe venuto a trovarmi, ma poi non veniva mai. Non lo vidi più». Da allora Casseri sprofondò senza rimedio in un isolamento forzato, che aveva trovato sfogo solamente in alcune ideologie superomistiche di estrema destra. «Cercava l'affermazione di se stesso - continua Armato - e forse, in questi estremismi, aveva trovato perversamente quell'esaltazione e quel riscatto che anelava. Lui era grassottello e un po' chiuso: un ragazzotto di campagna, che magari veniva anche preso in giro». Ma non era sempre stato così: «Non era malvagio - continua -. Era una persona con grandi problemi irrisolti, che purtroppo ha sfogato nella tragedia. Alla fine degli anni Ottanta, poco prima della sua fuga, stavamo addirittura pensando di trasferire il nostro studio per trovarne uno più grande che potesse accogliere anche lui. Casseri non era uno sciocco. Neppure un genio. Sicuramente un lavoratore. Molto concentrato sui suoi compiti. La competenza sul lavoro sopperiva anche a quel suo carattere un po' introverso. Se fosse rimasto con noi, forse, niente di tutto questo sarebbe successo. «Durante la sua permanenza al nostro studio acquisì un po' di sicurezza in se stesso: vedeva che poteva riuscire in qualcosa. Ma i risultati che otteneva a Pistoia non li riteneva meriti suoi, a causa dell'aiuto che la sua famiglia gli dava. Lui voleva dimostrare a se stesso che ce l'avrebbe fatta anche da solo. Per questo andò all'Abetone, seguendo una storia di amore di cui poco si sapeva. Una sera venne da me e mi disse che se ne sarebbe andato. Così fu». Marta Quilici ALTRI SERVIZI PAG. 2 e 3
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