Sicurezza
IL SENEGALESE GUEYE
«Pistoia è la mia città, lavoro e lotto per la pace e l'integrazione»
Beatrice Faragli
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PISTOIA. «Ho sempre e solo lottato per la pace. Il killer di Firenze e le persone che come lui, trascinate dall'odio, fanno male e uccidono non sono normali. Nei suoi confronti nessuna rabbia. Il mio cuore è soltanto colmo di pietà per le due vittime della strage». Ieri mattina al "Djam Rek" (Solo pace), il negozio d'artigianato africano di via della Madonna, c'era un via vai di gente. «Mi dispiace» ripetevano i pistoiesi, affacciandosi al portone, a Ibrahima Gueye, titolare della bottega. Anche lui, come i morti ammazzati in piazza Dalmazia, dieci anni fa ha affrontato il lungo viaggio dal Senegal all'Italia. «Ho scelto Pistoia per la tranquillità che sa offrire - dice -. Adesso è diventata la mia città. Mi vergogno del fatto che il killer fosse un mio concittadino. Non bisogna mai lasciare che l'odio prevalga su tutto il resto. In quest'ultimi tempi sento parlare della crisi come se fosse una giustificazione alla rabbia. "E' colpa degli stranieri che ci portano via il lavoro" dicono alcuni. L'aria che respiro è di tutti e per tutti. Io non rubo niente. Ognuno, nella vita, ha la sua possibilità». La "possibilità" per Ibrhaima Gueye è arrivata nel 2003 quando ha aperto il negozio in via della Madonna. «Prima di riuscire ad avere un'attività - spiega - ho passato le stesse cose che stavano attraversando le due vittime di Firenze. So che uno di loro era qua da dodici anni: era qua per lavorare. Adesso i suoi familiari dovranno riportare a casa un cadavere». L'unica soluzione per arginare odio e violenza è «pensarci per tempo, non lasciare che la follia dilaghi» insiste Ibrahima. Secondo il commerciante senegalese, pistoiese d'adozione, è la legge che, per prima, dovrebbe dare un segnale di cambiamento. «Molti africani che lavorano da anni in Italia sono ancora senza permesso di soggiorno. Non possono tornare a casa per abbracciare la famiglia e non possono regolarizzarsi nel lavoro, ma devono sopravvivere». Una prigione che non lascia spazio alle speranze. «Tante persone di Pistoia - racconta - non appena hanno saputo della tragedia mi hanno telefonato per farmi sentire la loro vicinanza. Questa è una città che mi ha regalatomolti amici e nessun odio».
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