Finanza
A Cireglio tra la gente sconvolta
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A destra Gianluca Casseri Nella foto più grande, evidenziato dal cerchietto, Casseri durante loccupazione simbolica del carcere di Veneri organizzata da Casa Pound nel marzo 2010 In paese tutti conoscevano il killer come una persona tranquilla
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PISTOIA. «Chi, Gianluca? Impossibile, lui non sarebbe capace di fare male a una mosca». Incredulità e tanti interrogativi sul perché di una simile tragedia. Praticamente tutti, a Cireglio, conoscevano Gianluca Casseri. E quasi tutti, per descriverlo, lui, il killer di Firenze, usano le stesse identiche parole: «Una persona tranquilla, un bonaccione, molto silenzioso e riservato». A Cireglio, paesino di poco meno di 700 anime a una dozzina di chilometri da Pistoia, Gianluca Casseri - ragioniere e scrittore di fantasy - ci era nato e cresciuto. Anche se da qualche tempo si era trasferito a Firenze, per tornare sulla Montagna pistoiese solo nei finesettimana, la sua residenza era ancora lì, al numero 553 di via Modenese, a due passi dalla chiesa, dal bar, dalla Croce rossa. Nello stesso palazzo, di proprietà della famiglia, vivono la madre Fernanda e il fratello Giancarlo, di alcuni anni più anziano e pensionato delle Ferrovie dello Stato. In paese e negli immediati dintorni, cugini, zii e altri parenti. «Qui a Cireglio - spiegano al bar - sono quasi tutti Casseri». La famiglia Casseri però è molto consociuta anche a Pistoia. Gianluca era nipote dell'imprenditore Piero Casseri, uno dei più importanti immobiliaristi della città, morto a 87 anni un anno e mezzo fa (di sua proprietà anche l'edificio della questura, in via Macallè). Un'attività, sorta dal nulla, in cui lavorava anche il padre di Gianluca, Remo, anch'egli deceduto da tempo. Un altro zio era invece proprietario di un distributore di carburanti a Capostrada, in viale Adua. Ieri pomeriggio, nessuno a Cireglio, pur avendo sentito la notizia in tv e alla radio, avrebbe mai neppure pensato che il killer di Firenze fosse un loro compaesano. Neppure quando in paese sono arrivati in forze i carabinieri, a presidiare - mitragliette spianate e giubbotti antiproiettile - le vicinanze del palazzo della famiglia Casseri. In casa, madre e fratello, ancora ignari di tutto. «Come, stanno cercando lui? Ma che ha fatto? No?! Siete sicuri? Impossibile»: di stupore la reazione di uno dei tanti avventori del bar del paese alle nostre domande su chi fosse Gianluca Casseri. «Ma se è uno che non è buono neppure ad ammazzare le mosche» ha aggiunto un altro, prima che da Firenze arrivasse, assieme alla conferma dell'identità del killer, la notizia del tragico epilogo con il suicidio del loro compaesano. «Ormai qui non si vede mai, qualche sabato e domenica e basta» ha precisato un altro avventore. E aggiunge: «Sembra che abbia una casa a Firenze, ma i suoi parenti sono tutti qui». «Che posso dire - è intervenuto un amico d'infanzia - una persona tranquilla, un bonaccione, non certo uno che può fare del male. Può darsi che avesse due personalità». Nessuno, in paese, sapeva che Gianluca aveva una pistola: «Forse era una pistola del suo povero babbo». In realtà, quell'arma, la calibro 357 della strage, lui l'aveva acquistata regolarmente un paio di anni fa e risultava detenuta presso l'abitazione di Cireglio. Casseri era in possesso di un porto d'armi, richiesto per un fucile da tiro sportivo e ottenuto dopo aver superato senza alcun problema la necessaria vista medica. Così come a Cireglio nessuno era al corrente delle frequentazioni "politiche" di Gianluca Casseri, delle sue simpatie per Casa Pound. Non era un iscritto al circolo di destra, ma in passato aveva partecipato ad alcune manifestazioni, tra cui l'occupazione simbolica del carcere di Veneri, a Pescia, il 13 marzo 2010: una protesta contro lo spreco di denaro pubblico per una struttura carceraria mai entrata in funzione e abbandonata da oltre vent'anni (nell'occasione, fu segnalato per manifestazione non autorizzata). SERVIZI A PAG. 2, 3 E 4
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