Il Tirreno

Pistoia

Niente spazi, né lavoro: siamo respinti

Marta Quilici
Niente spazi, né lavoro: siamo respinti

«Studio, impegno e volontariato, ma il nostro destino è di essere precari»

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 PISTOIA. Lavoro, volontariato, impegno di cittadinanza attiva, scuola, futuro: a parlarne sono Amanda Dabizzi, studentessa universitaria di 22 anni, e Alessio Genito, laureando in Giurisprudenza di 25 anni. Impegnatissimi nell'associazionismo, per loro la parola chiave è "cittadino" che implica il riconoscimento dei diritti e l'ottemperanza ai doveri.  Hanno ben chiari quali sono, a loro giudizio, i problemi che incontrano nel rapporto con la città in cui vivono.  «I cittadini - dice Amanda - non si sentono membri attivi, anche perché spesso non hanno avuto gli strumenti per farlo. Il Comune dovrebbe entrare maggiormente in contatto con le scuole perché è l'unico modo per creare dei cittadini attivi. L'amministrazione comunale dovrebbe spiegare quali sono gli strumenti della democrazia, ad esempio come si fa a presentare un'interpellanza. Inoltre non si capisce perché a Pistoia ogni poco spunti fuori come un fungo un nuovo palazzo e ci sia spesso il solito nome della ditta costruttrice. Vorrei sapere anche come funziona l'approvvigionamento dell'acqua da parte dei vivaisti. Mi piacerebbe avere certezza sulla qualità dell'acqua nelle falda, sapere se è inquinata o meno. Per i ragazzi affrontare questi temi è ancora più difficile perché spesso mancano gli strumenti per esercitare la propria cittadinanza».  «Mancano, in generale, le occasioni di confronto e di riflessione su questi punti - aggiunge Alessio -. L'unica che mi ricordo è stata un anno fa, promossa dall'associazione Palomar».  Il presidio di giovani di Libera che avete in mente di creare dovrebbe occuparsi anche di questi temi?  «E' molto più difficile occuparsi di ciò che ci sta vicino, piuttosto che di quello che sta lontano - spiega Alessio -. Il presidio vorrebbe essere un osservatorio sulla città».  Qual è lo stato di salute dell'associazionismo pistoiese?  «In alcune scuole - afferma Amanda - c'è un terreno molto fertile nei confronti dell'associazionismo. Noi che andiamo spesso a parlare nelle classi a nome di Libera riusciamo ad allacciare rapporti di collaborazione. Altri istituti sono invece impenetrabili. Per le associazioni mancano inoltre gli spazi: molte realtà hanno numerosi soci, ma neppure una sede. Nel migliore dei casi si trovano a prendere in prestito gli spazi di una parrocchia in cui, però, finiscono per isolarsi. Invece le associazioni dovrebbero andare incontro ai giovani».  «Spesso - è la tesi di Alessio - l'associazionismo tende a sposare grandi e importanti temi generali, ma non si occupa abbastanza della città in cui si trova. Si fanno le battaglie per intitolare una strada a qualcuno e poi non ci si interessa dei problemi della gente che abita in quella strada».  Voi siete molto attivi nella vostra città. Lo sono anche i vostri coetanei?  «La maggioranza sia dei giovani che degli adulti non comprende la città come una comunità, ma solo come un luogo fisico, un contenitore - risponde Amanda -. La mia generazione, poi, è stata messa in secondo piano con la scusa che "i giovani sono il futuro": una assunto senza dubbio vero, ma ciò non significa che una persona non possa essere cittadino anche a 17 anni o a 20. Viviamo nel clima culturale "della delega": è meglio far fare ad altri, così meno persone sono attente a ciò che accade e gli interessi privati vanno avanti meglio. Che poi questa è la logica mafiosa».  «Spesso si parla della necessità di un rinnovamento generazionale - sostiene Alessio - e io sono d'accordo, ma che non significhi la convocazione una tantum di qualche giovane da parte della vecchia classe politica: il rinnovamento dev'essere sui contenuti».  Che cosa potrebbe dare ai giovani di concreto il Comune?  «Dovrebbe far conoscere ai ragazzi, attraverso le scuole, gli strumenti della democrazia attiva - è l'opinione della giovane -. Permettere la partecipazione. Poi potrebbe mettere a disposizione degli spazi. Anche il nostro presidio, ad esempio, al momento non ha una sede. Si potrebbe pensare a una sorta di "casa delle associazioni": una sede di cui possono usufruire molte realtà». «Basta che il Comune - chiosa il giovane - non metta il cappello sopra le nostre iniziative".  State entrambi per laurearvi. Come vedete il mondo del lavoro?  «La mia prospettiva è il precariato, una realtà che altera qualsiasi progetto che un giovane potrebbe avere sulla sua vita, sulla sua carriera - dice Amanda -. Per certi aspetti penso che questa precarietà sia anticostituzionale: con il precariato si mette in dubbio il lavoro come mattone fondamentale dell'edificio della vita. Si mette in dubbio la dignità della persona. Poi ci si stupisce se pochi i giovani sono coinvolti nella società: siamo messi da parte, viene rifiutato il nostro contributo. È come allenarsi per anni e poi stare per tutto un campionato in panchina, mentre a giocare sono sempre gli stessi e non sempre per ragioni di merito. Siamo costretti a sentirci inutili per una comunità di cui invece si dovrebbe essere parte integrante».  «Manca anche un accompagnamento al lavoro - conclude Alessio -. Si esce dagli istituti professionali e nessuno ci ha insegnato a compilare un curriculum».

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