Il Tirreno

Pistoia

Cioni, il re dei violini intarsiati

Mariella Frosini
Nelle immagini Mario Cioni e alcune fasi delle sue opere d’arte
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Nelle immagini Mario Cioni e alcune fasi delle sue opere d’arte

Dopo una vita da orefice è diventato un liutaio d'eccezione

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 PISTOIA. Si dice che Stradivari per fare i suoi famosi violini, oggi suonati dai più grandi violinisti al mondo, avesse un segreto, celato forse nella composizione delle vernici a base di oli e resine vegetali. In verità così lontani da Cremona, patria di Stradivari e della liuteria, tutto nella creazione di un violino sembra una mistero di altri tempi ed è difficile immaginare di poter trovare chi su questi segreti studia da anni, aiutato da libri antichi e tanta passione.  Marco Cioni si è avvicinato all'antica arte della liuteria non in giovane età: aveva già 59 anni quando è stato folgorato da questa passione.  Dopo solo 10 anni costruisce in tutte le loro parti, dai piruli o bischeri alla chiocciola, violini, viole e violoncelli usando legni della tradizione classica, rispolverando da libri antichi tecniche e formule di Stradivari per preparare da solo, come un alchimista, le vernici più rare. «Io non prendo semilavorati, faccio tutto da me per hobby e solo per portarlo in pigiama mi ci vuole più di un mese poi altri 4 per la verniciatura» spiega.  E dopo una vita da orefice, vi appone il suo tocco unico e personalissimo, preziose inserzioni in oro, nella tastiera o nei piruli che già da soli in ebano e oro sembrano piccoli capolavori.  È nella sua casa di Torbecchia, dove ha allestito il laboratorio, che ci racconta come ha iniziato, ma esordisce asserendo: «Si parla tanto della vernice di Stradivari ma segreti in liuteria non ce ne sono. È solo la mano del liutaio che fa la differenza e non è come per lo sculture, ci sono misure precise e se vai fuori di un millimetro, ci si rifà daccapo. È la conoscenza del legno che fa dare giusto spessore (siamo sul decimo di millimetro ndr) alle tavole» e lui racconta di aver iniziato da piccolo quando aiutava lo zio falegname, nella sua bottega».  La sua storia. «Un aggeggione sono sempre stato - spiega Marco Cioni iniziando a ricordare - e fin da bambino facevo da assistente allo zio Mario, lo andavo ad aiutare e forse gli facevo perdere più tempo che altro». Con un pentolino - che indica - scaldava la colla a caldo quella che usa tutt'ora per incollare i violini, una colla organica ricavata dalle ossa degli animali. «Non esistono chiodi o viti nei violini tutto è assemblato a incastro e con colla».  Su un bancone del laboratorio, tra tanti strumenti di lavoro che si è fatto da solo e un angolo di fusione per l'oro, è posato un violino "in pigiama o bianco" come si dice in gergo, cioè non ancora verniciato, con marchio a fuoco e etichetta in caratteri gotici. «Finita la scuola da computista commerciale - continua a raccontare Marco - entrai nella falegnameria con lo zio. Fu il babbo a propormi di fare l'orologiaio: in centro cercavano un apprendista. Sulle prime non ci pensai neanche, poi lasciai tutto e andai. Dopo un anno mi misi per conto mio e aprii un buco accanto al cinema Lux dove il lunedì facevo anche piccole riparazioni in oro (solo il lunedì perché l'uso degli acidi è incompatibile con gli orologi) e poi pensai "perché non venderli anche" e aprii l'oreficeria in corso Gramsci».  L'Inizio. La passione per il legno però non era mai stata abbandonata.  «Nel 2003 avevo fatto tutti i lavori di falegnameria nella casa di mia figlia e avevo iniziato lo studio per fare un tavolo intarsiato quando un giorno apro un orologio di un cliente e dentro è tutto pieno di segatura. Gli chiesi se faceva il falegname e lui rispose "faccio il liutaio" gli dissi "aspetta si fa una chiacchierata" così lo inviati a venire nel mio laboratorio e dopo qualche giorno venne davvero. Per i primi violini seguii il testo di Sacconi "I segreti di Stradivari". Il primo violino mi venne piccolo 34 cm e mezzo, il secondo troppo grande 36,1 cm».  Il legno. La tradizione del 6-700, degli Amati e del loro allievo Stradivari, vuole che si usi l'acero montano per il fondo, le fasce e il manico, l'abete rosso delle dolomiti per il piano armonico e l'ebano la tastiera. «Le piante devono avere almeno 150 anni e un quartetto d'archi, viola, violoncello e due violini, dovrebbe essere ricavato da un solo tronco - spiega con passione -. Io uso i legni classici ma ogni tanto mi piace sperimentare. Per le controfasce ad esempio uso un legno che nasce spontaneo in Torbecchia, mio zio lo chiamava Salia e l'adoprava molto.  «Anche Stradivari li faceva in salice che è molto simile. In sud america ho scoperto il Lapacio o Ipè, un legno durissimo usato dai padri gesuiti nelle missioni. Ho un amico-cliente, primo violino dell'orchestra sinfonica di Sanremo che sperimenta i miei violini a cui questo legno piace molto».  La vernice. La leggenda vuole che sia proprio nelle vernici il segreto che fa di uno Stradivari un pezzo da museo e Marco Cioni ci deve aver studiato su molto anche se dapprima minimizza. «Nel 1720 a Cremona ogni liutaio faceva capo ad una bottega che vendeva resine e vernici a tutti. È la mano del maestro ad essere unica. Se Stradivari avesse avuto un segreto - continua - lo avrebbe tramandato ai figli, ne aveva nove e due lo seguirono nel suo lavoro, Francesco e Omobono, e invece l'opera dei figli non fu mai alla pari di quella del padre». Ma spostandosi dal laboratorio alla stanza della verniciatura viene da chiedersi se ce la sta raccontando giusta.  In una vetrinetta cinque o sei violini terminati fanno bella mostra di sé e sotto vi è una piccola ma selezionata libreria con testi antichi in lingue diverse sui segreti della liuteria.  «Per trovare l'Hoepli del 1923 mi ci sono voluti 2 anni, ce n'erano solo due: uno a Genova e uno in Germania questo invece è più antico, un Vidal raro dell'800 in francese - spiega Marco mostrandoli -. Dopo due anni di ricerche sono riuscito a fondere l'ambra fossile, di miniera o del Baltico, per rifare l'antica vernice del maestri liutai. L'ambra è solubile solo nel cloroformio a temperature molto alte. Come facevano allora? La portavano a 400 gradi in recipienti di ferro così che libera l'acido succinico (l'ambra viene anche chiamata succino) e diventa pastosa e molle, a quel punto si scalda l'olio di lino a 400 gradi e si mescola all'ambra. La prima volta che l'ho fatto in casa, per una settimana l'odore dell'acido non è andato via - ricorda- ora vernicio solo con questo nuovo e antico prodotto anche se rispetto alla vernice all'alcool che usavo prima ci vuole molto più tempo per l'essiccatura. I risultati però si sentono: ho fatto un ¾ a mio nipote che studia violino e il maestro ha detto che risponde bene al suono, basta sfiorarlo».  I segreti. Entriamo così nella stanza della verniciatura, qui come in un sancta sanctorum sono appesi ad essiccare quattro o cinque violini dal colore caldo e opalescente. Dietro un antico armadio scuro "la farmacia" sembra il laboratorio di un alchimista con alambicchi e bocce di vetro dai tappi smerigliati, che Marco ha trovato nei mercatini d'antiquariato, contenenti resine e vernici naturali dai nomi improbabili: gomma d'amar, radice di guaiaco, curcuma. Appoggiato sul tavolo c'è il diario di lavorazione. È scritto col pennino e in caratteri svolazzanti come le pergamene antiche (altra arte, quella calligrafica di cui è esperto ndr) e riporta con precisione ogni singola giornata di lavoro, le fasi, i disegni con le misure, le tecniche sperimentate e le formule per le vernici trovate nei libri antichi. «Il lavoro più difficile è stato quello di decifrare le unità di misura antiche espresse con nomi ormai sconosciuti come bruscoli e scrupoli, trovare a quanto corrispondono esattamente, aiutato da vecchi manuali di merceologia».  Così fa vedere l'ultima ricetta trovata "Vera vernice... fatta con 3 punte di Spirito Divino, 7 once di gomma Sandracca e ancora..." «No, non scrivete tutto, sennò...» ci ferma Marco mentre prendiamo appunti.  Allora è proprio vero: Stradivari ne aveva di segreti eccome.

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