La manifestazione
I "figli" difendono mamma Ebe
Beatrice Faragli
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Ebe Giorgini esce dal tribunale «Pratiche religiose finalizzate al bene e alla salvezza dell'anima»
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PISTOIA. Esorcismi privati per scacciare via il demonio, conferenze spirituali, preghiere, massaggi rilassanti, guarigioni divine, cene a base di pizza e lotterie solidali. È quanto accadeva a villa Gigliola, sulle pendici del Montalbano, secondo il racconto dei sette imputati e del teste della difesa, Franco Salvatore, ascoltati ieri dal giudice Luca Gaspari nell'ambito del processo pistoiese "Mamma Ebe due". Associazione a delinquere finalizzata all'esercizio abusivo della professione sanitaria e alla truffa aggravata dalla creazione di un timore immaginario sono le accuse che pendono sul capo della Santona del San Baronto, del marito Gabriele Casotto e, a vario titolo, di altri 11 imputati. Ma per i "figli" di Maria Gigliola Giorgini, la maggior parte al suo fianco da oltre quarant'anni, quelle che si consumavano in villa dal 2005 al 2010 (fatti che riguardano il processo in corso) e negli anni precedenti erano pratiche religiose indirizzate al bene, o alla salvezza, dell'anima e del corpo. «Cristo in terra», «l'amore», «una vera madre, più di quelle che ti partoriscono»: così i sette chiamati ieri alla sbarra degli imputati per l'esame chiesto dal pubblico ministero Francesco Sottosanti e dagli avvocati difensori hanno descritto la Santona dall'aula del tribunale. Lei, la Giorgini, si è presentata con un tailleur scuro rigato, borsa bianca a tracolla e capelli nero corvino tirati indietro da un elastico color argento. Accanto il marito, 20 anni di meno, a cui, nel corso dell'udienza, ha sussurrato qualche parola all'orecchio. A difenderla l'avvocato Danilo Ammannato che ha chiesto agli imputati se si siano sentiti danneggiati nella salute fisica e nel patrimonio, nonchè raggirati da Gigliola Giorgini. Le risposte hanno dipinto una realtà fatta di salvezza, stimmate, profonda religiosità, ma soprattutto fiducia, tant'è che alcuni "figli", durante il periodo di detenzione in carcere (oggi mamma Ebe è ai domiciliari a Viareggio), si sono addirittura preoccupati di spedire alla Santona qualche soldo, vestiti e calzini. Chi entrava nella villa di San Baronto per alleviare i propri mali lasciava solo delle libere offerte e andava via con una ricevuta in mano, raccontano gli imputati. Quelli che, centinaia e centinaia secondo il racconto di ieri, partecipavano alle cosiddette conferenze spirituali - un momento di lettura della Bibbia e del Vangelo che sfociava poi in un confronto tra gli uditori e la Giorgini - a volte mettevano qualche spicciolo in un piccolo salvadanaio a forma di maialino. Con queste monetine veniva pagata la bolletta della luce. Se avanzava qualcosa era speso per comprare pomodoro e farina: tutto l'occorrente per fare la pizza nei giorni di festa. Succedeva pure di organizzare delle piccole lotterie in aiuto del prossimo. Gli imputati sentiti, rigorosamente cattolici praticanti secondo quanto dichiarato in aula, credono e dicono di aver toccato con mano la presenza del diavolo. «Gli indemoniati - ha detto Carmela Lo Conte, la "massaggiatrice" di villa Gigliola, in risposta alle domande di Ammannato - erano già agitati quando sentivano che la mamma stava per scendere le scale. Li metteva in un angolino. "Basta" gridavano, e bestemmiavano pesantemente. Lei imponeva le mani su di loro. Diceva la preghiera di San Michele Arcangelo. Una volta fatta la benedizione, si calmavano». Lo Conte, chiamata da tutti "Melinda" e con un diploma da estetista conseguito nel 1967, era quella che spalmava la crema sui malati. «Sotto gli ordini di mamma Gigliola - ha raccontato - facevo dei massaggi rilassanti. Poi lei imponeva le mani dove io avevo messo la crema e quel punto diventava un fuoco. Lasciava le impronte sulla pelle». L'ex estetista, accanto alla Santona dal 1971, così come altri imputati, ha raccontato anche della Passione di mamma Ebe. «Fronte, mani, costato e piedi si riempivano di sangue» ha spiegato, assicurando di averne visti almeno 30 di fenomeni simili comparire sul corpo della Giorgini. Quella ritratta da imputati e testimone ieri è una «grande famiglia». Ognuno a villa Gigliola aveva un compito, accettato in modo spontaneo secondo quanto detto in udienza. C'era chi curava i fiori, chi si occupava della lavandaria e chi delle pulizie. Agopuntura, punture bianche - forse a base di calcio ha spiegato la Lo Conte -, e medicine, per gli imputati non erano pratiche frequenti a San Baronto, anzi dopo il 2005 sembravano scomparse. Ben diversa però la realtà emersa da alcune delle intercettazioni telefoniche raccolte dai Carabinieri di Quarrata e Pistoia.
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