Il dolore
Colpevole sì, ma in concorso
Beatrice Faragli
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Il convegno di ieri mattina in Sala Maggiore a Pistoia Per diossine e Pcb sotto accusa anche autostrada, vivai e altri impianti
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PISTOIA. Fuori dal palazzo di Giano i comitati anti-impianto denunciano un convegno nazionale autoreferenziale e opaco. "Rape alla diossina" e "Mamme contro l'inceneritore": queste le scritte che campeggiano nei cartelli e negli striscioni portati "in dote", ieri mattina, a tecnici, amministratori e cittadini. Due rampe di scale più in su, nella Sala maggiore del Comune di Pistoia, Agenzia regionale per la protezione ambientale e Azienda sanitaria locale scagionano (col beneficio di ulteriori analisi su aree più estese) l'inceneritore di via Tobagi. L'impianto infatti, secondo i risultati dell'indagine ambientale e sanitaria condotta tra il 2008 e il 2010 nei territori vicini al termovalorizzatore (le cosiddette zone di ricaduta), non risulta essere nè l'unica nè la principale causa di inquinamento delle aree di Montale, Agliana e Montemurlo. «La condizione ambientale riscontrata - ha spiegato Claudio Coppi, dell'Arpat, durante il convegno nazionale sugli impianti di incenerimento (che proseguirà stamani) - non appare correlabile in via esclusiva con la possibile deposizione di emissioni provenienti dall'inceneritore di Montale». Le maggiori alterazioni da diossine infatti, a fronte di 50 prelievi di terreno effettuati, sono state rilevate ad ovest di via Tobagi, lontane dall'impianto e, quindi, non riconducibili ad esso. «La ripresa di concentrazione nella parte sud invece (più lieve rispetto a quella occidentale, ndr) - ha spiegato Coppi - potrebbe essere collegabile all'inceneritore». Il modello diffusionale usato da Arpat come base dello studio - con l'individuazione di 5 aree diverse, via via più distanti dal termovalorizzatore - non mostra quella presenza decrescente di inquinanti che, se si fosse verificata, avrebbe portato a rilevare un'incidenza consistente dell'impianto sulla condizione ambientale circostante. «La zona esaminata - ha continuato Pietro Gabbrielli, direttore del dipartimento prevenzione dell'Asl di Pistoia - presenta più fonti di inquinamento: non vi è quindi alcun legame univoco tra campioni di ricaduta e inceneritore». Dall'indagine avviata nel 2008, a seguito degli sforamenti di diossine e furani del periodo maggio-luglio 2007, che portarono al fermo dell'impianto montalese, emergono inoltre valori bassi di inquinanti per gli alimenti prodotti nella zona e destinata alla commercializzazione, così come per i mangimi (sia prodotti che utilizzati). Le uniche positività riscontrate - è il caso di galline o avicoli anche selvatici, uova, pesci carnivori e un campione di latte ovino - riguardano matrici biologiche che non possono essere considerate come "alimenti" e su cui influiscono soprattutto i Pcb: «Emessi da tantissimi impianti e attività, e non elementi traccianti dell'inceneritore» ha ricordato Coppi. «Per le carni avicole, così come per le uova - ha precisato inoltre Gabbrielli - la situazione tra la zona di ricaduta e quella di confronto (fuori dal raggio d'incidenza dell'impianto montalese, ndr) coincide». Vivai, autostrada, ferrovia, depuratori e persino sterpaglie bruciate all'aperto: dietro le matrici biologiche inquinate, secondo l'Asl, ci sarebbe una corresponsabilità di più cause, senza tralasciare poi l'incidenza di un inquinamento pregresso delle zone. «Su tutta l'area metropolitana a sud est dell'inceneritore che va verso Prato, e quindi che non è solo quella di ricaduta, è stata riscontrata una presenza di diossina: l'intera zona estesa - ha detto il direttore del dipartimento - merita una particolare attenzione. Quali sono le fonti che producono questa condizione? Serve un'indagine approfondita». «L'analisi partita nel 2008 - ha infine ricordato Coppi - è il primo studio sistematico del territorio circostante l'inceneritore e, quindi, non disponiamo di un adeguato termine di paragone che permetta di definire il reale contributo delle possibili fonti degli inquinanti indagati».
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