Il dolore
Ucciso da un masso, sentenza a primavera
Anas citata in giudizio dai familiari dell'automobilista morto sulla Ss 12
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PISTOIA. Sono passati più di cinque anni da quel maledetto pomeriggio del 16 settembre 2006, quando la morte piombò improvvisamente giù dalla montagna e stroncò nel giro di una frazione di secondo la vita di un giovane padre, Fabio Lastri, 38 anni, di Sesto Fiorentino, colpevole solamente di farsi trovare puntuale all'appuntamento con il proprio tragico destino. Mancavano pochi minuti alle 15, quando in località Motta, lungo la Statale 12 per l'Abetone, un macigno di 160 chili e di oltre mezzo metro di diametro investì in pieno l'auto sulla quale si trovavano il Lastri, che era al volante, e suo padre. Ieri, davanti al giudice del tribunale di Pistoia Sergio Garofalo, si è svolta l'ultima udienza della causa civile intentata dai familiari della vittima (la moglie Veronica Petracchi e i due figli) per ottenere il risarcimento dei danni dall'Anas, ente gestore della strada. La sentenza dovrebbe arrivare non prima della prossima primavera. Nell'udienza di ieri, le parti hanno formalizzato le rispettive conclusioni. Il prossimo passo sarà perciò quello della presentzaione delle conferenze conclusionali nei prossimi sessanta giorni e delle conferenze di replica nei successivi 20. «Noi abbiamo insistito per la condanna dell'Anas - spiega l'avvocato Gianfranco Labile, che rappresenta i familiari della vittima - Nella nostra conferenza conclusionale procederemo a razionalizzare tutte le ricerche che sono state fatte, compresa quella del nostro consulente: servirà a far comprendere al giudice, ma anche alla gente, la pericolosità di quella montagna. A nostro vedere, si trata di una frana viva, che si muove in concomitanza con i fenomeni piovosi. Un evento che può ripetersi in qualsiasi momento: il terreno si imbeve d'acqua e si muove. Mi spiace constatare la leggerezza con cui è stato affrontato questo problema: il tempo passa ma il pericolo rimane. L'Anas ha perfino ipotizzato cause pittoresche e beffarde sul rotolamento di quel masso: come la presenza di un ungulato che vi si è accanito talmente contro da riuscire a spostarlo, nononstante i suoi 160 chili».
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