Il Tirreno

Pistoia

Più apertura per ingegno e innovazione

Marta Quilici
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Donati, Pastina, Gavazzi e Mazzoncini; sotto una manifestazione di precari e la saletta Gramsci

Nel mondo del teatro fermenti dal basso che vanno messi in condizione di crescere

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PISTOIA. Elisa Gavazzi è una giovane "imprenditrice-artista" che fa produzioni sartoriali e che aveva bisogno di un fondo in cui stabilire la sua attività; Lucia Mazzoncini, Daria Pastina e Agnese Donati sono storiche dell'arte, sceneggiatrici, scenografe e sentivano la necessità di uno spazio in cui concretizzare le loro idee. Si sono conosciute alla manifestazione dei precari 9aprile, hanno unito le forze e sono diventate le "4vesta", riunendo il laboratorio sartoriale Quelchic e l'associazione culturale Abytho.  Hanno aperto un fondo in via Puccinelli, in pieno centro storico, in cui propongono le loro creazioni, le loro performance. In questo modo hanno trovato un mezzo di contaminazione reciproca, ma hanno anche condiviso gli oneri di natura economica che da sole, forse, non sarebbero riuscite a sopportare.

Perché è nato il vostro laboratorio "4vesta"? «Per varie necessità - spiega Lucia -. Noi dell'associazione culturale avevamo bisogno di un luogo in cui raccogliere tutte le nostre cose, fare le prove e mettere in pratica le nostre idee liberamente e in autonomia. Prima dovevamo perdere un sacco di tempo spostandoci da una sala prove a un'altra e spesso finivamo per provare a casa di qualcuno di noi».  Di sale prove in città non ce ne sono? «Praticamente no - spiega Agnese -. Io sono di Prato, ma da molto tempo frequento Pistoia e ho capito che la città offre pochi spazi: i teatri sono a pagamento sia per quanto riguarda le prove che, a maggior ragione, per ospitare delle rappresentazioni teatrali».  E per te Elisa, qual è stata la ragione di questo particolare sodalizio? «Ho avuto il mio laboratorio sartoriale per due anni, in affitto, in piazza San Francesco. Poi però sono dovuta andare via e cercavo un altro fondo. L'idea di affiancare la mia attività a un'esperienza teatrale mi stimolava molto, anche come impulso alla mia creatività. Poi c'erano anche le ragioni economiche, non affatto secondarie. Gli affitti costano, soprattutto in centro».

Sei un'imprenditrice donna, giovane, punti sull'innovazione, non è possibile che non ci siano dei contributi o degli incentivi per la tua attività. «Purtroppo è così - risponde Elisa-. Sono andata a sentire in ogni ufficio e la risposta è stata sempre la stessa: "i contributi sono finiti". I moduli da riempire c'erano, ma non c'erano i fondi per finanziare le richieste. Insomma, di fatto, non ho ottenuto nessun contributo. Non ci sono neppure altre forme di promozione: a volte in città vengono organizzati eventi di moda, sfilate, ma ci partecipano solo i soliti quattro negozi pistoiesi affermati e basta. Un altro esempio: circa un anno e mezzo fa avevo un progetto che consisteva nell'esposizione dei miei capi accompagnata ad altre espressioni artistiche: la Provincia di Prato sposò il mio progetto e mi concesse gratuitamente lo spazio degli ex Macelli. A Pistoia, invece, chiesi il Melos, ma dovetti pagarlo tutto di tasca mia».  Torniamo al teatro: Pistoia vi sembra una città viva? «Secondo me - risponde Agnese - la città pullula di realtà che vengono dal basso e che rappresentano un humus molto interessante e anche molto fertile. Ha la caratteristica di essere più spontaneo e meno ingessato di quello, ad esempio, che caratterizza Prato».  E di fronte di questo fermento "dal basso", le istituzioni come si comportano? Lo valorizzano? «Forse ci vorrebbe un po' più di supporto - spiegano -. Ad esempio a livello promozionale, anche semplicemente per la creazione di un calendario in cui vengono raccolte tutte le iniziative che ci sono in zona: ce ne sono sempre tante e a volte si rischia di sovrapporle perché non c'è un coordinamento. Per quanto riguarda la nostra esperienza, comunque, l'obiettivo non è ottenere collaborazioni o contributi pubblici: noi andiamo avanti con le attività in cui crediamo, se poi ci fosse un supporto sarebbe certamente una gran cosa».

Secondo voi gli attuali spazi culturali pistoiesi danno visibilità al teatro che viene dal basso, sono accessibili? «Ci sono realtà interessanti - spiega Lucia -, come ad esempio Il Funaro, che però è uno spazio privato che ha giustamente una sua linea ben definita. Per gli spazi pubblici, quelli dell'Associazione Teatrale Pistoiese, mi sembrano inarrivabili e questo è un vero peccato perché ci sarebbero degli spazi, come la saletta Gramsci o il teatro Bolognini, che avrebbero proprio la funzione di accogliere le proposte artistiche (certamente quelle valide) che vengono dalla cittadinanza. Invece non è così. C'è poi sempre la tendenza a stigmatizzare come "amatoriale" chi non fa teatro per professione. Questa classificazione rigida secondo me è dovuta anche alla chiusura di una mentalità di provincia».

 

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