Il Tirreno

Pistoia

«Poche prospettive il nostro futuro è lontano da Pistoia»

Marta Quilici
«Poche prospettive il nostro futuro è lontano da Pistoia»

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PISTOIA. Ha 25 anni, fa volontariato da quando era un liceale del Forteguerri, studia Scienze naturali all'università di Firenze e viaggia spesso per studio o per impegno sociale. Il suo futuro, però, non sarà a Pistoia. Questo, almeno, è quello che immagina lui, Guido Agresti, una volta conclusi gli studi universitari.
Quest'anno, per studio ha partecipato a una campagna di scavo in Sud Africa, sulle tracce dei nostri antenati, alla ricerca di qualche resto fossile di un antico ominide. Per il suo impegno con Slow Food ha più volte incontrato comunità locali di molte parti del mondo, con cui ha scambiato le conoscenze della tradizione popolare. Da sei anni è anche volontario nella Bottega del commercio equo e solidale di via della Madonna. Il suo obiettivo è di diventare un antropologo.
Sei molto impegnato nella tua città, soprattutto per quanto riguarda il campo sociale. Perché credi che il tuo futuro non sia qui?
«Pistoia è la città dove sono cresciuto, dove ho i parenti e gli amici. Credo però che Pistoia non mi dia nessuna opportunità per quanto riguarda i miei studi e le mie ambizioni professionali. A dire la verità, credo che me ne dia poche anche l'Italia, figuriamoci una città piccola come Pistoia. Comunque credo che sia anche giusto non chiudere la propria vita in un minuscolo pezzetto di mondo, rimanendo sempre ancorati alla propria città natale».
Ma credi che a Pistoia ci siano sbocchi professionali per un giovane?
«Se penso a Pistoia mi salta in mente la Breda e il vivaismo: la prima è in vendita, e anche il secondo non penso se la passi benissimo. Per il vivaismo, poi, credo che Pistoia debba fare una riflessione e considerarlo a tutti gli effetti un'industria e non agricoltura».
In che senso?
«Nel senso che il vivaismo è una produzione industriale che, ad esempio, utilizza dei particolari prodotti, come la torba, i diserbanti, o gli stessi teli per la vasetteria, che niente hanno a che vedere con i vecchi campi coltivati tipici del nostro paesaggio. In questo senso non è agricoltura, ma industria».
Hai degli interessi nell'associazionismo: credi che le istituzioni pistoiesi vadano incontro alle realtà del volontariato?
«Da quel poco che ho potuto constatare, mi sembra che per le associazioni la collaborazione con il Comune non sia sempre facile».
E a livello culturale? Per quanto riguarda i teatri, ad esempio, che ne pensi di Pistoia?
«Quest'anno il cartellone del Manzoni non mi è sembrato un granché. L'unica cosa che mi ha incuriosito è lo spettacolo dei prigionieri del carcere di Volterra. Per quanto riguarda il Teatro Bolognini, invece, a volte ci sono iniziative interessanti, ma penso ci siano dei problemi di comunicazione. Non viene fatta sufficiente pubblicità».
La sera cosa fai?
«A Pistoia l'offerta è un limitata, soprattutto se si cercano locali raccolti, in cui conversare tranquillamente, ascoltando magari della musica dal vivo. Un locale interessate in questo senso è l'Orange Jazz. C'è anche lo SlebEst, il centro sociale all'ex Breda, in cui vengono proposte iniziative interessanti, anche se dovrebbero essere maggiormente pubblicizzate per aprire di più lo spazio alla città».
Del centro storico che ne pensi?
«In centro, la cosa che mi rattrista di più, è vedere antichi negozi o locali storici chiudere. Il bar Valiani è forse l'esempio più eclatante. Ma ci sono anche molti negozietti delle famiglie pistoiesi che adesso non si vedono più. In via dei Fabbri, ad esempio, prima di fabbri ce n'erano davvero. Adesso c'è rimasta solo una mesticheria».

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