Il Tirreno

Pistoia

Terribile tributo di sangue Sono morti in cantiere anche il padre e un fratello

Paolo Nencioni
Terribile tributo di sangue Sono morti in cantiere anche il padre e un fratello

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 PRATO. Ci sono guerre fragorose combattute sui campi di battaglia e guerre silenziose combattute nei cantieri edili, nelle filature, nelle officine. Le prime producono eroi, martiri e medaglie al valore; le seconde lutti spesso dimenticati.  La famiglia Bennardo, venuta in Toscana dalla Calabria in cerca di fortuna, conta già tre caduti nella guerra silenziosa del lavoro. E di fronte all'ultima vittima vien da pensare che servirebbe un intervento in stile "Salvate il soldato Ryan" per sottrarre i fratelli e figli superstiti di Vincenzo, Carmine e Salvatore a un destino di sangue, così come nel film di Spielberg si tentava di salvare il quarto fratello dalla sorte dei primi tre, uccisi dall'esercito tedesco in Normandia.  Probabilmente si contano sulle dita di una mano le famiglie italiane che hanno versato un così atroce tributo di dolore al lavoro quotidiano.  Vincenzo Bennardo, il padre di Carmine e Salvatore, aveva 51 anni, il 2 agosto del 1979, quando cadde da un ponteggio di un cantiere edile a Montemurlo e morì sul colpo. Stava eseguendo lavori di muratura in un'azienda, alla vigilia dell'esodo estivo. Forse lui stesso si preparava a raggiungere la famiglia al mare. Padre di otto figli, quattro maschi e quattro femmine, ne lasciò alcuni in tenera età.  Carmine, tra i più grandi, aveva 25 anni quel giorno terribile. Nonostante la tragedia che gli aveva portato via il padre, continuò a fare il muratore, come lui. Il 24 maggio del 1985, però, gli toccò la stessa sorte. Dipendente del costruttore Riccardo Fusi, fu colpito da un ponteggio in un cantiere di Mezzana, a Prato, e i tubi Innocenti non gli lasciarono scampo. Quel giorno di maggio la moglie e i due figli piccoli lo aspettarono invano a casa.  Per molte famiglie sarebbe stato un prezzo fin troppo alto, ma il conto si è rivelato ancora più doloroso per la famiglia Bennardo, che ieri ha pagato per la terza volta con la vita di Salvatore, morto alla stessa maniera del padre Vincenzo e del fratello Carmine.  I Bennardo sono originari di San Pietro in Guarano, un paesino di meno di 4.000 anime in provincia di Cosenza. Come molti meridionali, si sono trasferiti a Prato negli anni Settanta. Una famiglia di muratori, perché anche Francesco e Antonio (i due fratelli superstiti) fanno questo mestiere. Ci sono anche quattro sorelle, sparse tra Prato e Calenzano.  Salvatore Bennardo era forse quello che aveva avuto più fortuna nel suo lavoro. Si era stabilito con la moglie Franca e i due figli a Figline, in via di Cantagallo, in una bella casa comprata col sudore della fronte e la forza delle braccia, in tante giornate passate sotto il sole o la pioggia in giro per cantieri.  Quello di ieri era un lavoro come un altro. Gesti ripetuti centinaia o migliaia di volte, forse ripensando a quelli fatti prima di lui da Vincenzo e Carmine, che ora sono sepolti a Figline e alla Chiesanuova.

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