Il Tirreno

Pistoia

Un piano per salvare AnsaldoBreda

Alberto Vivarelli
Presidianti in posa davanti al gazebo che per 15 giorni ha sostato davanti alla sede
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Presidianti in posa davanti al gazebo che per 15 giorni ha sostato davanti alla sede

La proposta delle istituzioni all'ad Orsi: tornare a produzioni diversificate

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 PISTOIA. Pistoia non andrà a mani vuote all'incontro con l'Ad di Finmeccanica, né chiederà semplicemente garanzie sul futuro dello stabilimento pistoiese per il quale si prospetta la vendita; le istituzioni consegneranno un piano industriale che va al di là del salvataggio della fabbrica e che prevede lo sviluppo della produzione di eccellenze che sono finite altrove.  Ieri mattina, il gazebo davanti allo stabilimento AnsaldoBreda di via Ciliegiole è stato smontato dopo quindici giorni di presidio. Adesso rimangono le paure di una città a cui sta sfuggendo di mano la sua fabbrica simbolo.  Il vice sindaco Mario Tuci, Marco Vettori, presidente del consiglio comunale, il suo vice Stefano Franceschi, i consiglieri comunali Enrico Baldi e Andrea Betti, il consigliere regionale Gianfranco Venturi, hanno ancora una volta manifestato la vicinanza delle istituzioni alla fabbrica e ai suoi lavoratori, assicurando che il presidio non verrà chiuso, solo spostato: nei locali del Cral Breda come chiede Vettori, o nei vicini spazi del centro annonario come auspica Franceschi, perché sede istituzionale. Sì, perché sotto la crosta della solidarietà e dell'unità qualche piccola crepa c'è. Sostenere che occorre salvare la fabbrica è un'ovvietà, più complicato trovare una piattaforma comune sul come.  Vettori, ad esempio, è categorico: «AnsaldoBreda deve rimanere in mano pubblica»; più aperto Franceschi: «Importante è che governo e Finmeccanica credano nel settore, altrimenti è difficile proseguire con la proprietà pubblica, se questi non investono». «La questione - sottolinea Venturi - non è tra pubblico o privato, ma favorire le condizioni, meglio se pubbliche, per creare lavoro e far funzionare l'azienda».  La questione va ben oltre la provincia, qui sono in gioco interessi di aziende abituate a competere con il mercato mondiale, per le quali Pistoia è solo un punto su una carta geografica. Basterà la mobilitazione? «No - spiega Tuci -. Il tavolo di lavoro non deve solo limitarsi a ragionare sulla vendita, dobbiamo presentare un piano industriale che permetta allo stabilimento di tornare a produzioni diversificate. E dobbiamo coinvolgere tutti, anche le associazioni delle imprese. Ora le parole non contano più. All'appuntamento con Orsi andremo con una nostra proposta».  Perché alla fine, salvare lo stabilimento potrebbe non essere più sufficiente ad assicurare un futuro: non è possibile produrre solo treni perché tra quattro anni la commessa dell'alta velocità sarà esaurita e anche quella dei treni regionali durerà poco di più. Poi?  «Gli ultimi piani industriali - ricorda Franceschi - assegnavano a Pistoia un ruolo preciso: in via Ciliegiole, tutta la responsabilità del settore ferroviario. È ancora così? Presto vedremo. Tra poco se ne andrà una ventina di progettisti, se non saranno sostituiti saremo di fronte ad uno smantellamento».  La battaglia è appena agli inizi, le istituzioni cercheranno la solidarietà della città pur sapendo che non siamo negli anni '70 e che le mobilitazioni di massa sono sempre più difficili.  «Certo che la città - osserva Baldi - non è ancora cosciente del rischio che corriamo». «Il ridimensionamento della fabbrica - ammonisce Vettori - ricadrà su tutta la città anche sotto il profilo economico».  Da oggi il problema passa alla task force istituzionale ma nessuno nasconde di quanto la strada sia in salita.  «Siamo di fronte - è la lettura di Venturi - ad un tentativo del governo di impedire lo sviluppo della Toscana. Quello che succede a Pistoia, succede anche in altre parti della Regione. Berlusconi non vuole le Regioni che riescono a governare con la propria testa e che hanno idee».  Qualcuno ricorda anche le parole del capo del governo: «Dobbiamo evitare di toscanizzare l'Italia».

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