Il Tirreno

Pistoia

Giulio, la memoria storica di Fognano

Massimo Vitulano
Giulio Vannucci, primo da sinistra, con i commilitoni
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Giulio Vannucci, primo da sinistra, con i commilitoni

91 anni, per 6 prigioniero di guerra e da 65 sacrestano della parrocchia

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 MONTALE. Piccola statura, capelli canuti e mani nodose: è questa l'immagine più veritiera di Giulio Vannucci, un simpatico vecchietto di Fognano. Per i suoi 91 anni è considerato la memoria storica del luogo, un uomo che ha dedicato la vita intera al servizio della sua amata chiesetta. Il primato di Giulino, com'è noto ai paesani, sta proprio in questo: sacrestano da 65 anni della parrocchia intitolata a San Martino.  I ricordi impressi nella mente del sacrestano sono tanti, tante le cose che può raccontare su Fognano, e sui tempi che furono. Dure, anche drammatiche, le sue esperienze di vita.  La sua storia ha inizio negli anni del fascismo, quando dodicenne fu preso come apprendista nella bottega di un incisore di Montale, in via F.lli Masini. Il laboratorio non esiste più da decenni. Il suo apprendistato terminò a 19 anni, quando fu chiamato per il servizio di leva. Ci vollero un giorno e una notte di treno per raggiungere Messina, dove fu inserito nel IIIº reggimento fanteria. Dopo un addestramento di pochi mesi, fu mandato in Libia di stanza a Tobruk. Era il giugno 1940, il mese in cui Mussolini dichiarò guerra ai nemici della Germania. Giulio, però, non rimase molto al fronte. Insieme a centinaia di compagni, fu accerchiato da carriarmati e autoblindo inglesi e da questi fatto prigioniero. Ebbe così inizio la sua lunga avventura in giro per il mondo. «Sei anni, un mese e tredici giorni sono stato lontano dalla mia famiglia, per buona parte come prigioniero di guerra» ricorda il sacrestano con estrema precisione.  Superato il confine con l'Egitto, Giulio e i suoi compagni furono condotti a Il Cairo. Qui il soldato di Fognano rimase colpito dagli strano costumi degli abitanti. «Ci sembrò strano vedere gli uomini con quelle barbe lunghe e i vestiti fino ai piedi con una calura del genere» racconta divertito. Nella capitale egiziana rimase prigioniero per un anno e mezzo. Nel suo "campo di concentramento" la vita non era affatto facile. Il campo era sorvegliato da quattro garette, le torrette sopraelevate sulle quali montavano di guardia le sentinelle. Il campo era circondato da 21 file di filo spinato, dalle quali i prigionieri dovevano mantenersi a 3 metri di distanza, altrimenti le sentinelle sarebbero state autorizzate a sparare.  Dopo la permanenza in Egitto, Giulio e i suoi compagni furono spostati in un campo di prigionia a Città del Capo in Sudafrica. Vi restò per più di un anno. Nel settembre 1945, una lettera indirizzata agli ufficiali inglesi impartiva ordini precisi: i prigionieri sarebbero dovuti partire per l'Inghilterra. Furono portati a Colchester, nell'Essex, a 42 miglia da Londra. Qui furono mandati in alcuni negozi del paese come garzoni. Giulio fu spedito in una fattoria, dove si occupò della pulizia delle stalle e della raccolta delle patate. All'epoca era già diffuso l'utilizzo di mungitrici meccaniche per la produzione del latte. I contatti con la famiglia avvenivano per lettera. «All'inizio non ci furono date neppure le buste - spiega - Presi così un foglio, lo piegai e me ne fabbricai una da solo. Infine sigillai il tutto con della marmellata». E la lettera arrivò davvero.  Un episodio indimenticabile resterà la disperata ricerca di una chiesa cattolica. Una domenica, dopo tanti giri a vuoto, riuscì a trovare l'edificio. Entrato in chiesa vide il prete sull'altare, da solo. D'istinto gli si avvicinò e iniziò a servirgli la messa. Il rito fu ripetuto ogni domenica, fino a che non fu liberato e rimandato in Italia. Era il 26 marzo 1946.  A Fognano niente era cambiato. Le quattro botteghe erano al loro posto, le poche case ancora intatte. I bombardamenti avevano colpito con maggior violenza la zona di Striglianella e il ponte alle Trecche, unico collegamento col resto del mondo.

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