Il Tirreno

Pistoia

La vita di Sara: timori, gioie e speranze della moglie di un militare del reggimento Nembo

«Anche io ogni giorno in missione»

Luca Giuntini
Parà della Folgore in missione in Afghanistan
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Parà della Folgore in missione in Afghanistan

E quando muore un soldato il sollievo nel sapere che non è toccato a lui

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PISTOIA. «Ma non potevi scegliere una vita più semplice, figlia mia?!», domanda la madre, sapendo già quale sarà la risposta. «A me sembra una vita normale, niente di eccezionale - risponde Sara (è un nome di fantasia, come quello del marito, Gianni, per la sicurezza del militare, ndr) guardandola negli occhi e sfoderando il sorriso che non l'abbandona mai - Ci sono persone predisposte al lavoro come mio marito Gianni, altre, come me, che sono fatte apposta per stargli accanto».  La complessità della relazione viene semplificata da queste poche parole. Sara è sposata da poco meno di un anno con Gianni, parà del reggimento Nembo di Pistoia costantemente in giro per il mondo per attività militari e missioni di pace. Un lavoro che obbliga entrambi a molti sacrifici: vedersi poco, sentirsi anche meno, non sapere mai quando il suo lui tornerà a casa e quanto ci resterà prima di partire di nuovo. «Per me non sono sacrifici - sorride ancora Sara - Quando ami una persona l'accetti per quello che è: quando ho conosciuto Gianni sapevo che era un soldato e sapevo che avrei dovuto accettare tutto, anche il lato nascosto della sua professione: del suo lavoro so soltanto che è impegnato in missioni e addestramenti».  Sara infatti non può chiedere nulla delle mansioni di suo marito e quando riescono a sentirsi al telefono le loro conversazioni sono molto brevi: «Scarne e sempre al numero fisso, per paura che il cellulare non prenda. L'argomento lavoro comunque è off-limits, così spesso ci limitiamo a un "come stai? Qualche volta gli racconto cosa ho fatto nella giornata, ma non gli parlo mai delle cose brutte o delle difficoltà che mi succedono: sarebbe uno stress inutile per lui».  Una relazione di coppia che stresserebbe qualunque moglie e compagna, non Sara: «Mentirei se dicessi che non mi piacerebbe averlo a casa più spesso - afferma - Ma se dovesse lasciare il suo lavoro patirei anche io come lui. Le missioni militari si fanno in due: io sono la parte che resta a casa, lui quella operativa. Cerco di superare questa lontananza dedicando tempo a me stessa e ai miei hobby e, soprattutto, agli amici».  L'amicizia con altre ragazze che si trovano nella stessa condizione di Sara ha reso la lontananza meno dura da sopportare: «E' stato molto importante fare gruppo con altre donne che, come me, sono sposate o fidanzate con un soldato come Gianni - spiega Sara - Condividere le stesse esperienze mi è stato di grande aiuto. Avere qualcuno con il quale puoi confidarti e che capisce meglio di chiunque altro quello che stai provando è fondamentale per andare avanti. La fratellanza che si crea tra i soldati è un po' come quella che si crea tra mogli e fidanzate».  Ma questa vita di coppia non è in realtà una vita a metà? «E' una vita diversa dal normale, questo sì, perché la famiglia viene sempre al secondo posto, al primo c'è il lavoro - risponde Sara - Mi reputo comunque fortunata ad avere accanto un uomo come Gianni: ha un forte senso della famiglia e nonostante si trovi a migliaia di chilometri mi fa sentire protetta. I momenti duri ci sono, ma tanto è l'amore che le persone come Gianni hanno per il loro lavoro che te lo trasmettono, e alla fine dimentichi tutte le difficoltà e puoi dirti felice».  Da donna quanto influisce questa situazione sulla possibilità di avere dei figli? «Se decideremo di avere dei bambini non voglio che questo costringa Gianni a rinunciare al suo lavoro - afferma Sara - Già adesso ho organizzato la mia vita in modo da essere autosufficiente, e così sarà anche quando avremo dei figli. Nel momento in cui ho deciso di stare insieme a lui ho accettato tutto, nel bene e nel male. Da parte mia gli dirò solo una cosa: "Gianni, questo bimbo avrà solo un padre, decidi tu cosa è meglio per lui».  Come spiegherà a suo figlio l'assenza del padre? «Gli dirò che suo padre fa un lavoro speciale - racconta Sara - Capirà di essere fortunato e sarà orgoglioso».  Di fronte alla notizia della morte di un soldato come reagisce? «E' un trauma, sempre. Poi, al bando l'ipocrisia, arriva il sospiro di sollievo nel sapere che non è toccato a tuo marito. In generale cerco di vivere la cosa con filosofia, non mi chiudo a riccio, smettendo di leggere i giornali o di guardare la televisione, con la paura di ascoltare brutte notizie. Anzi, mi tengo molto informata».  I dibattiti sul finanziamento delle missioni all'estero che effetto le fanno? «Penso che l'Esercito faccia tante cose meravigliose che purtroppo la maggior parte delle persone ignora - afferma Sara - Quando si parla di Esercito non si parla solo di guerre, di morti, ma anche di aiuto ai civili, di ricostruzione dei paesi distrutti. Questi soldati sono là per difendere la nostra Patria e fare del bene».  C'è un mito da sfatare quando si parla dell'Esercito? «Sì, quello relativo ai soldi: la maggior parte della gente non capisce che i soldati non sono dei privilegiati. Rischiano la propria vita tutti i giorni e certo non possono dirsi ricchi. Ma la distanza tra il mondo dell'esercito e quello civile è così grande che spesso questa cosa non viene percepita».  Lei invece da quando sta insieme a Gianni cosa ha riscoperto? «Il senso della Patria, un patriottismo quotidiano che non significa esibire il tricolore o cantare l'inno solo quando gioca la Nazionale - conclude Sara -. Valori come la famiglia e la dedizione al proprio lavoro. Una vita diversa ma bella e piena di valori».

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