Gioco
«Quella puntura bianca che guariva tutto»
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Mamma Ebe all’uscita del tribunale di piazza del DuomoL'attività di mamma Ebe e del suo staff in cinque mesi di intercettazioni dei carabinieri
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QUARRATA. Una "puntura bianca" dal non definito contenuto e tanti massaggi e manipolazioni che servivano a guarire da ogni tipo di patologia, dal mal di gola ai tumori. Sono queste le principali diagnosi che venivano prescritte a villa Gigliola da Ebe Giorgini, in un ambito da laboratorio medico ben organizzato grazie all'opera di segretario fac-totum prestata da Gabriele Casotto, marito della santona del San Baronto e a quella di Marco Gabriellini, conproprietario di villa Sorriso ma anche una sorta d'intermediario fra i pazienti e mamma Ebe, nonché fra gli aspetti spirituali-religiosi dell'organizzazione e quelli medico-terapeutici. Il tutto è emerso dalle incercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche operate dai carabinieri di Quarrata e Pistoia. Un filone di certosine indagini che ieri è stato raccontato nel tribunale di Pistoia, davanti al giudice Luca Gaspari, dal maresciallo Pasquale Alfiero, all'epoca dei fatti d'istanza alla stazione di Quarata ed oggi facente parte del nucleo investigativo dei carabinieri di Pistoia. Alfiero si è presentato come test nel secondo processo a Ebe Giorgini, rispondendo alle domande del pm Stefano Sottosanti. Una valanga di intercettazioni, circa 20mila nell'arco di cinque mesi a cavallo fra il 2008 e il 2009. «Fin dalle prime testimonianze si notava un film già visto - ha detto il maresciallo Alfieri - e dalle intercettazioni telefoniche emergevano particolari molto forti sulla doppia vita condotta da Ebe Giorgini. Un doppio binario parallelo fatto da una parte di opere mistiche e misericordiose, dall'altro un lavoro pseudo-sanitario e terapeutico. La Giorgini influenzava molto la capacità critica dei soggetti inducendoli a credere in presenze demoniache alla base del male fisico e inducendole a recarsi presso la villa di San Baronto. E la gente non riusciva a vivere senza il suo aiuto, senza il suo supporto». Dalle intercettazioni telefoniche emerge un dialogo nel quale Ebe afferma di aver ridotto un tumore attraverso una manipolazione, ma la riduzione poteva essere ancora maggiore se il paziente si fosse rivolto prima a lei. Più volte si parla di "puntura bianca", di massaggi a manipolazioni. Ebe prescriveva farmaci come un medico, spesso in contrasto con le prescrizioni del medico di famiglia dei malcapitati. Come quella donna affetta da gravi problemi circolatori a cui ha fatto togliere un anti-coagulante, dicendole di sospendere il farmaco per due mesi. Oppure un'altra col diabete, alla quale ha detto che il suo problema era «la mancanza di litio», una sostanza contenuta nelle batterie. Compaiono nomi di farmaci somministrati per una patologia, che poi si rivelano antidepressivi. Quando Ebe non c'era e non poteva parlare direttamente coi pazienti, veniva sostituita dal marito o dal Gabriellini, ma anche altre persone frequentavano saltuariamente la villa per manipolazioni e altre terapie, da don Sebastian, allora parrocchi di Lamporecchio a una donna che veniva chiamata per i massaggi. Casotto, il marito, gestiva la contabilità. «A villa Gigliola c'era diversi computer, collegati a un server - riferisce ancora Alfiero -. Quando si resero conto che potevano essere intercettati, decisero di comunicare coi pazienti via mail, anziché telefonicamente. E noi abbiamo intercettato anche la mail». Emergono così anche due prestiti chiesti dai coniugi, di 32mila e 5mila euro, non restituiti. Ma loro si sentivano tranquilli, in quanto, come riporta un'intercettazione, «non c'è nulla di scritto». Dalle intercettazioni si apprende anche dell'attività di beneficienza, lotterie benefiche e di riunioni religiose svolte da Gabriellini a villa Sorriso, il cui ricavato in realtà serviva unicamente a pagare le rate del mutuo dell'acquisto della villa.
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