Il Tirreno

Pistoia

Il medico del Pacini è andato in pensione ed è stato nominato alla guida della Fondazione

Ceglia direttore della Turati

Sauro Romagnani
Raffaele Ceglia, chirurgo del Pacini in pensione ora presidente della Fondazione Filippo Turati
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Raffaele Ceglia, chirurgo del Pacini in pensione ora presidente della Fondazione Filippo Turati

Per 36 anni ha lavorato come chirurgo all'ospedale di San Marcello

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 GAVINANA. Raffaele Ceglia è, da pochissimi giorni, il nuovo direttore della Fondazione Filippo Turati di Gavinana. Ha lavorato, ininterrottamente per trentasei anni, come chirurgo all'ospedale Pacini di San Marcello ed oggi è in pensione. Medico stimato, apprezzato e ben voluto, da popolazione e pazienti, il dottor Ceglia è nato a Vieste nel 1947.  Compiuti gli studi liceali in provincia di Foggia, si è laureato successivamente in medicina e chirurgia, nell'agosto del 1974, dopo aver frequentato l'università di Bologna e Firenze. Prima esperienza lavorativa all'ospedale di San Marcello, dove è rimasto fino al raggiungimento della pensione. Lo incontriamo a Gavinana, nel suo nuovo ufficio della Fondazione. Una struttura imponente, creata fra gli anni 1960-1970 dall'onorevole Antonio Cariglia, recentemente scomparso.  Dottor Ceglia, una nuova esperienza dopo il pensionamento?  «Non proprio nuova. Avevo ricoperto quest'incarico già fra il 1975 e 1990, oltre ad aver esercitato come medico di base, quando era consentito di avere altri incarichi oltre quello ospedaliero».  Che impressione le fa lasciare l'ospedale dopo tanto tempo?  «Ne parlo con difficoltà perché è un cambiamento importante di cui forse ancora non mi rendo conto. E' necessario riprogrammare la vita. Di sicuro mi mancheranno i colleghi e soprattutto i pazienti. Il rapporto chirurgo-paziente è molto particolare. Ogni intervento è un mondo a sé. Ogni volta è sempre diverso, non c'è routine».  Allora perché la pensione, quando dal punto professionale è arrivato al massimo dell'efficienza? Non trova che sia un danno per la sanità pubblica, e per la comunità di San Marcello, perdere una professionalità acquisita dopo tanti anni di esperienza. Ci sono ragioni particolari?  «Per un chirurgo ancora non vecchio, ma al termine della carriera (ovvero quaranta anni di attività) non ci sono prospettive al di fuori della sanità pubblica. Quando mi è stata prospettata l'ipotesi di assumere la direzione di una struttura così importante per tutta la montagna pistoiese, mi ha attirato l'ipotesi di poter proseguire oltre».  Direttore, allora la Fondazione è il suo futuro?  «Sì. Oggi non è più come quando l'ho lasciata. La Fondazione ha assunto dimensioni ragguardevoli ed ha una valenza regionale. Siamo convenzionati con molte Asl della Toscana, oltre naturalmente con quella di Pistoia. Abbiamo oltre 200 degenti e 130 dipendenti. Recentemente abbiamo aperto al pubblico il servizio di fisioterapia che sta dando buoni risultati. Un buon segno per il futuro».  E il futuro della chirurgia a San Marcello qual è secondo lei? Sarà chiusa, come molti sostengono?  «Non credo. Oggi i pazienti cercano il meglio e vanno a trovarlo dov'è. Chiusa no, ma sarà certamente trasformata».  Come?  «Questo è compito delle amministrazioni stabilirlo».  Rimpianti?  «No. Tornassi indietro rifarei il chirurgo proprio a San Marcello, dove ho avuto due ottimi maestri come Niosi Chechi, e dove mi sono trovato bene ambientalmente e umanamente».

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