Sicurezza
Ancora file alle Poste tra rabbia e rassegnazione
Antonio Pileggi
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PISTOIA. Continuano i disagi negli uffici postali. Il guasto alla rete informatica nazionale di Poste Italiane, andata in tilt il primo giugno, non è stato ancora risolto nonostante le rassicurazioni dei vertici aziendali. Agli sportelli postali della città continuano le lunghe file in attesa anche di pagare un semplice bollettino o per riscuotere la pensione.
Tra gli utenti pistoiesi, ormai, la rabbia sta facendo posto all'amara rassegnazione. All'ufficio postale di viale Adua la situazione rimane critica: all'ora di punta ci sono mediamente trenta, trentacinque persone ad aspettare. I quattro addetti agli sportelli, mortificati, non possono fare altro che sperare che il computer riprenda a funzionare. Intanto la fila si allunga. Qualcuno passa, vede la coda, scuote la testa e se ne va; qualcun altro prende il numerino, lo guarda, lo confronta con quello dell'utente che stanno servendo al momento, e sospira.
Le facce sconsolate dicono più di molte parole. «Capisco si tratti di un problema nazionale, ma che in una settimana non si riesca a risolverlo è incredibile - afferma un cliente - E' da sette giorni che cerco di pagare un bollettino girando gli uffici di mezza Pistoia e ancora non ci sono riuscito!». Emblematico il caso di una signora che per pagare un bollettino ha dovuto persino "emigrare": «Stamani (ieri, ndr) sono andata all'ufficio postale centrale in via Roma per pagare un bollettino - racconta - sono arrivata intorno alle dieci, ho preso il numero e ho aspettato il mio turno. Nel frattempo una signora mi si avvicina e mi dice: "Guardi, io sono qui da più di un'ora e mezzo, le conviene andare da un'altra parte".
A quel punto ho lasciato il mio numero e sono venuta qui su viale Adua: ho circa venti persone davanti a me». Situazione sotto controllo invece all'ufficio postale in via Donatori del sangue, accanto allo stadio Melani: nessuna fila, nessun caos agli sportelli. Tra gli utenti in attesa del proprio turno c'è pure una signora che qualche minuto prima era in coda allo sportello di viale Adua. Luca Giuntini PISTOIA. Vorrei fare un intervento "puramente" tecnico, in relazione alla polemica stimolata dal sindaco di Pistoia per il suo sì ai privati nella gestione dell'acqua. Gli interventi di Berti e della presidente della provincia, non contrari ai privati nella gestione dell'acqua, mi pare richiamino (almeno) il Pd, ad un minimo di necessaria coerenza.
La liberalizzazione dei servizi pubblici locali è stata una scelta voluta e spinta dai governi di centro sinistra negli anni novanta. La legge che più ha limitato la presenza del pubblico nei servizi pubblici locali porta il nome di "legge Bersani". La Toscana ha impostato una vera e propria strategia industriale sul rapporto pubblico-privato nella gestione dei servizi pubblici locali (acqua compresa). Domenica e lunedì, con i referendum, c'è illegittimo tentativo di cambiare direzione, tornando alla gestione diretta dei servizi pubblici (e non solo dell'acqua).
Con questa scelta si prendono oggettivamente le distanze dalla direzione in cui si sono mossi Pd e centro sinistra negli ultimi quindici anni. Non si può fingere, quindi, che tutto stia insieme con coerenza. Nè può valere l'argomento usato da molti dirigenti Pd, anche pubblicamente che, dopo i referendum, verrà fatta una legge che non escluderà i privati dai servizi; ma porrà solo nuovi limiti e condizioni. Di fatto, il sì ai referendum sui servizi pubblici ne esclude i privati dalla gestione, tornando quindi alla gestione diretta o alle municipalizzate, a partire dai servizi idrici.
Questo è l'oggetto dei referendum. Quindi non mi pare corretto o coerente votare sì e comunque auspicare che, in via legislativa, si reintrodurranno i privati. Ovviamente, tener fuori i privati significa che i proprietari pubblici dovranno trovare le risorse per liquidare i privati che escono dalla gestione e per finanziare i servizi e le attività; allo stesso tempo significa riproporre forme di monopolio esclusivo che mal si conciliano con l'efficienza. Nonostante ciò, si può comunque essere sostenitori dei servizi pubblici locali esclusivamente gestiti dal pubblico. Questa è la posizione più coerente rispetto ai refendum; lo è meno quella di chi voterà sì, dicendo però che è d'accordo, sulle liberalizzazioni.
Tra gli utenti pistoiesi, ormai, la rabbia sta facendo posto all'amara rassegnazione. All'ufficio postale di viale Adua la situazione rimane critica: all'ora di punta ci sono mediamente trenta, trentacinque persone ad aspettare. I quattro addetti agli sportelli, mortificati, non possono fare altro che sperare che il computer riprenda a funzionare. Intanto la fila si allunga. Qualcuno passa, vede la coda, scuote la testa e se ne va; qualcun altro prende il numerino, lo guarda, lo confronta con quello dell'utente che stanno servendo al momento, e sospira.
Le facce sconsolate dicono più di molte parole. «Capisco si tratti di un problema nazionale, ma che in una settimana non si riesca a risolverlo è incredibile - afferma un cliente - E' da sette giorni che cerco di pagare un bollettino girando gli uffici di mezza Pistoia e ancora non ci sono riuscito!». Emblematico il caso di una signora che per pagare un bollettino ha dovuto persino "emigrare": «Stamani (ieri, ndr) sono andata all'ufficio postale centrale in via Roma per pagare un bollettino - racconta - sono arrivata intorno alle dieci, ho preso il numero e ho aspettato il mio turno. Nel frattempo una signora mi si avvicina e mi dice: "Guardi, io sono qui da più di un'ora e mezzo, le conviene andare da un'altra parte".
A quel punto ho lasciato il mio numero e sono venuta qui su viale Adua: ho circa venti persone davanti a me». Situazione sotto controllo invece all'ufficio postale in via Donatori del sangue, accanto allo stadio Melani: nessuna fila, nessun caos agli sportelli. Tra gli utenti in attesa del proprio turno c'è pure una signora che qualche minuto prima era in coda allo sportello di viale Adua. Luca Giuntini PISTOIA. Vorrei fare un intervento "puramente" tecnico, in relazione alla polemica stimolata dal sindaco di Pistoia per il suo sì ai privati nella gestione dell'acqua. Gli interventi di Berti e della presidente della provincia, non contrari ai privati nella gestione dell'acqua, mi pare richiamino (almeno) il Pd, ad un minimo di necessaria coerenza.
La liberalizzazione dei servizi pubblici locali è stata una scelta voluta e spinta dai governi di centro sinistra negli anni novanta. La legge che più ha limitato la presenza del pubblico nei servizi pubblici locali porta il nome di "legge Bersani". La Toscana ha impostato una vera e propria strategia industriale sul rapporto pubblico-privato nella gestione dei servizi pubblici locali (acqua compresa). Domenica e lunedì, con i referendum, c'è illegittimo tentativo di cambiare direzione, tornando alla gestione diretta dei servizi pubblici (e non solo dell'acqua).
Con questa scelta si prendono oggettivamente le distanze dalla direzione in cui si sono mossi Pd e centro sinistra negli ultimi quindici anni. Non si può fingere, quindi, che tutto stia insieme con coerenza. Nè può valere l'argomento usato da molti dirigenti Pd, anche pubblicamente che, dopo i referendum, verrà fatta una legge che non escluderà i privati dai servizi; ma porrà solo nuovi limiti e condizioni. Di fatto, il sì ai referendum sui servizi pubblici ne esclude i privati dalla gestione, tornando quindi alla gestione diretta o alle municipalizzate, a partire dai servizi idrici.
Questo è l'oggetto dei referendum. Quindi non mi pare corretto o coerente votare sì e comunque auspicare che, in via legislativa, si reintrodurranno i privati. Ovviamente, tener fuori i privati significa che i proprietari pubblici dovranno trovare le risorse per liquidare i privati che escono dalla gestione e per finanziare i servizi e le attività; allo stesso tempo significa riproporre forme di monopolio esclusivo che mal si conciliano con l'efficienza. Nonostante ciò, si può comunque essere sostenitori dei servizi pubblici locali esclusivamente gestiti dal pubblico. Questa è la posizione più coerente rispetto ai refendum; lo è meno quella di chi voterà sì, dicendo però che è d'accordo, sulle liberalizzazioni.
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