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Pistoia

Referendum sull'acqua, Pd in ordine sparso

Giovanni Sarteschi
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Giovanni Sarteschi

Dopo Berti, anche Venturi si schiera per il no. Sarteschi bacchetta

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 PISTOIA. Il secondo referendum sull'acqua pubblica continua a suscitare discussioni all'interno degli esponenti più in vista del Pd pistoiese. A fronte di una posizione del partito a livello nazionale molto netta (4 sì), è stato il sindaco Renzo Berti il primo ad avanzare dei dubbi, domenica su "Il Tirreno": al secondo quesito, quello sul costo degli investimenti da inserire in bolletta, secondo il sindaco andrebbe risposto "no", pena veder dissolvere l'ambizioso piano di investimenti di Publiacqua, che a Pistoia significa soprattutto il nuovo bacino di Gello.  Alla presa di distanza del segretario comunale Paolo Bruni e al parere contrario di sindaci come Carla Strufaldi (San Marcello), si è aggiunta, ieri, la presidente della Provincia Federica Fratoni che riconosce di pensarla come Berti. Ha detto la sua anche il consigliere regionale Gianfranco Venturi, che sposa la linea del dubbio, anche se per farlo ha utilizzato un canale certo non ufficiale come il suo profilo Facebook.  Con un comunicato vero e proprio, invece, ieri è intervenuto sull'argomento il capogruppo Pd in Provincia Giovanni Sarteschi. Che richiamando la posizione ufficiale del partito, sottolinea che «come suo rappresentante istituzionale sono tenuto a rispettare questo orientamento. Legittimo avere opinioni diverse ma, se stare in un partito ha un senso, ad appuntamenti così rilevanti non si va in ordine sparso danneggiando, direbbe Bersani, l'immagine della ditta».  Sarteschi comunque motiva nel merito la sua scelta. «È opinabile - scrive - che la abolizione della previsione normativa sulla equa remunerazione del capitale investito comporti la cancellazione degli investimenti già realizzati. Le spese sostenute col capitale sociale non sono revocabili. E se i privati riterranno di non essere più interessati a mantenere le quote di partecipazione azionaria non hanno che da offrirle in vendita, ma è, a parer mio, ancora una volta infondata la tesi secondo cui gli enti locali siano obbligati ad acquistarle».  Comunque anche la vittoria dei referendari richiederebbe un intervento della Regione, che potrà così affrontare il «vero nodo che non può essere sciolto con lo strumento referendario: restituire ai cittadini il potere di indirizzo e controllo» sulle aziende di servizi. «Nel sistema oggi vigente i comuni appaltano il servizio come "azionisti" delle autorità d'ambito e lo gestiscono come azionisti delle società affidatarie dello stesso. Un simile modello sconta, insomma, un congenito conflitto di interessi che deve essere superato».

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