Il Tirreno

Pistoia

Il teatro vissuto con rigore

Alberto Vivarelli
A sinistra e sopra, Monica Menchi in alcuni spettacoli, a destra una produzione del Laboratorio
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A sinistra e sopra, Monica Menchi in alcuni spettacoli, a destra una produzione del Laboratorio

Monica Menchi, la gioia di lavorare in "provincia" e veder crescere talenti

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 PISTOIA. Come altri attori pistoiesi - da Ugo Pagliai a Claudio Bigagli - prima ha calcato gli angusti spazi cittadini, poi ha scelto la strada più impervia, quella dell'Accademia d'arte drammatica di Silvio D'Amico, un cult per chi vuol fare di quest'arte la propria professione.  Alla fine, Monica Menchi è tornata nella sua città dove ha creato un apprezzatissimo laboratorio teatrale e una compagnia professionale riunite sotto l'egida di "Progetto teatro".  Quando è scoccata la scintilla tra lei e il teatro?  «Fin da piccola mi piaceva, ho sempre desiderato fare l'attrice ma ho capito fin da subito che per farlo da professionista avrei dovuto studiare duramente. E col tempo ho capito anche che non è un lavoro in cui ci si improvvisa».  E così, nel 1988, arrivò l'Accademia d'arte drammatica: scelta netta ma dura.  «È stata durissima, lì non fanno sconti, docenti rigorosissimi. Al temine degli studi consegnavano un libretto su cui Silvio D'Amico aveva scritto: "Ora che siete usciti dall'Accademia, non pensiate di essere attori". Questo, tanto per far capire la severità degli studi».  Lei, giovane della provincia, a Roma dove tutto si compie. Quale fu l'impatto?  «Mi porto ancora dietro il primo giorno. Già, Roma, città immensa da vivere, e poi lo studio: dieci ore al giorno dal lunedì al sabato e dopo il primo anno, qualche volta anche di sera. E il confronto, ogni giorno con qualcuno: con compagni di corso provenienti da tutt'Italia e con i docenti, attori o registi famosi. Però è stata un'esperienza piacevole».  Come erano i ritorni nella sua città?  «Belli, soprattutto riposanti».  Ha mai pensato di mollare tutto e tornare nella tranquilla Pistoia?  «All'inizio pensavo di non farcela, era faticosissimo. Io ero facilitata dagli studi universitari ma gli insegnanti erano molto severi facevano capire che non dovevamo mai adagiarci. Studiavamo ma in pratica era già lavoro. Nei primi due anni siamo un po' protetti ma al terzo scatta la competizione tra gli aspiranti attori e posso assicurare che è già spietata».  La sua carriera però, è stata segnata più dalla regia che dalla recitazione. Perché non l'ha scelta subito come indirizzo all'Accademia?  «Quella era mia intenzione ma ero troppo giovane per presentare progetti di regia, quindi scelsi la recitazione. Ma sono sempre stata vicina ai registi».  Si può essere bravi registi senza aver mai fatto l'attore?  «Sì. Anche se il regista deve capire e guidare un attore, si può essere bravi senza aver mai recitato. Esempi ce ne sono: Ronconi, Streheler, Nino Mangano che riusciva a farti venir fuori l'anima».  Quanto resta dentro, degli autori, dei personaggi che si interpretano a teatro.  «Il teatro è l'osservazione della vita. Certo occorre capire, leggere il personaggio, ma col tempo capisci che ciò che metti in scena è la visione della vita perché è la vita che dà suggerimenti al teatro».  Cosa si prova a lasciare se stessi e vestire i panni di altri?  «È straordinario, ma lo devi capire, devi studiare bene il personaggio, devi essere in grado di diventare lui, pensare come pensa lui. E poi è bello riuscire a interpretare soggetti lontanissimi tra loro. Io, ad esempio, mi sono stupita quando ho scoperto la comicità che ho dentro di me: mi diverto a far divertire».  Ci sono autori più intensi di altri, quelli che in qualche modo le hanno lasciato il segno?  «In Accademia mi innamorai di Tasso, a dimostrazione che è possibile amare anche testi difficili, pesanti. Ma ci sono stati altri autori che hanno lasciato il segno: Eliot, per esempio, con il suo "Riunione di famiglia". Ma anche nella commedia dell'arte ci sono autori di grande intensità: Shakespeare, Molière, Goldoni; gli originali, ovviamente e non con tutti i cicisbeismi di oggi. E poi trovo straordinario l'ultimo Pirandello».  Si esce dall'Accademia e si continua a studiare.  «Nel teatro si deve sempre studiare. Quando uscii dall'Accademia, presi in diploma di perfezionamento, poi mi iscrissi alla scuola di teatro-danza di Micha Van Hoecke, poi il Master class di Cristina Pezzoli. Sono stati anni formidabili perché ho fatto anche molti spettacoli. Come non ricordare "Dramma italiano" messo in scena dalla Compaglia stabile di Fiume».  Quando è dura la professione?  «È difficile, la concorrenza è durissima e occorre accettare compromessi. Ciò che oggi ho creato lo devo solo a me stessa, ho sacrificato molto della mia vita».  Chi sceglie il teatro, cosa lascia per strada?  «La Borboni mi disse: "Se vuoi fare questo lavoro, dimentica figli e marito". Per amore del teatro si fanno anche queste rinunce ma con gli anni subentra il disincanto».  Eppure, è stata la scelta della sua vita. Delusa?  «No, fa rabbia solo vedere il teatro invaso da persone che si improvvisano attori, fanno televisione e poi si buttano nel teatro. C'è un abuso delle definizioni "attore" e "regista". Io so che devo studiare continuamente perché il teatro è un lavoro "in fieri": i personaggi da interpretare dipendono anche dall'età che hai e quindi, ripeto, lo studio deve essere continuo».  Dopo aver girato l'Italia, ha scelto di lavorare a Pistoia. Non è più dura la "provincia"?  «È quasi più facile lavorare in provincia che nelle grandi città perché questo è un periodo di grande confusione. Importante è riuscire a separare il teatro amatoriale da quello professionale che sono attività entrambe belle, ma diverse. Purtroppo da noi non c'è più una cultura teatrale. Tanti anni fa il teatro Manzoni promuoveva corsi teatrali con bravi attori, adesso c'è molto più invidualismo. Sto parlando di quando il Manzoni era più accogliente, più ospitale. Erano gli anni della direzione di Giancarlo Galardini».  Le soluzioni?  «Chi gestisce la cultura dovrebbe aiutare di più chi fa teatro in città. Porterei volentieri il mio Laboratorio teatrale e la mia compagnia al Manzoni, ma i costi sono enormi. Però capisco anche le necessità del teatro».  Lo avevo chiesto a Franco Checchi, lo chiedo anche a lei. Vi lamentate perché l'Atp non vi dà spazio, ma esistono in provincia le forze per fare un cartellone parallelo e dare più corpo a una stagione sempre più povera?  «Io lo farei. Lo fece a suo tempo Angelo Savelli con la "Festa delle spighe": tutti i professionisti pistoiesi ebbero la possibilità di fare spettacolo. Le compagnie potrebbero esistere per reggere un cartellone di questo tipo».  Puntate sempre al Manzoni, ma esistono altri spazi teatrali.  «È sicuro? Faccio una domanda: perché la Saletta Gramsci è inutilizzata? Eppure, è particolarmente adatta a certi spettacoli non allestibili né al Manzoni né al Bolognini. Potrebbe essere utilizzata dalle compagnie anche per le prove. E ci sono spazi anche estivi dove poter proporre le nuove forme di spettacolo, o piccole rappresentazioni. Invece niente. Ecco, se posso fare un appunto, direi proprio che l'Associazione teatrale ha perso le caratteristiche di accoglienza e ospitalità».  

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