Sicurezza
Una piazza per Giuntini il fabbro ex combattente ucciso dai fascisti
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Torello Giuntini ucciso nel 19223 MINUTI DI LETTURA
QUARRATA. Fu ucciso da una squadraccia fascista il 3 luglio del 1922. Torello Giuntini fu freddato con un colpo di fucile da un compaesano. «Volevano punire la famiglia - spiega oggi la nipote, Paola Giuntini - perché suo fratello era socialista». In occasione della festa della Repubblica il Comune di Quarrata ha deciso di intitolare alla sua memoria la piazza vicino a via Vaslui. Non aveva ancora compiuto quarant'anni, Torello. Aveva servito la patria combattendo durante la prima guerra mondiale. Faceva il fabbro e viveva in via Montalbano insieme alla moglie e ai suoi cinque figli. Lino, il più grande, aveva appena 15 anni. Torello Giuntini morì dissanguato nel letto di ospedale due giorni dopo l'agguato: il chirurgo non lo volle operare: «Chi non vuole guai - disse - non faccia politica». A raccontare la sua storia è la nipote, Paola Giuntini, figlia di Lino. «Il padre di mio nonno - racconta - era un liberale, ma i fratelli erano socialisti. A dire la verità mio nonno era, tra tutti, quello che si interessava meno alla politica: faceva il fabbro e a quarant'anni aveva già cinque figli. Uno dei fratelli, Icilio, era invece particolarmente impegnato nel partito. Per anni i fascisti gli diedero la caccia, ma non lo trovarono mai. Morì durante la seconda guerra mondiale, sotto i bombardamenti: abitava a Pistoia e dopo aver portato sua moglie e suo figlio nel rifugio, tornò indietro per aiutare una vedova con tre figli. Furono ritrovati tutti morti e lui aveva due bambini in braccio. Quel dannato giorno la squadraccia fascista cercava lui, non mio nonno». Era domenica e la famiglia Giuntini si era riunita a pranzo dal padre di Torello. Fu lì che la squadra punitiva andò a cercare Icilio, il socialista. «Entrarono in casa, in via di Lucciano, iniziando a sparare e ferirono gravemente il mio bisnonno. - spiega Paola -. Accorse anche una parente che abitava vicino e fu minacciata: era incinta e perse il bambino. Mio nonno in quel momento era a giocare "il fiasco", a carte, a Silvione, poco distante. Fu avvertito di quello che era successo e iniziò a correre verso casa. Per la strada, in via Lucciano, incontrò la squadraccia e uno di loro lo riconobbe. "È il fratello, ammazziamo lui", disse, e gli spararono alle spalle». Fu lasciato per terra fino a che un vicino lo vide e chiamò la famiglia. «Fu colpito a un polmone, ma non morì subito. Lo portarono all'ospedale, dove visse per altri due giorni, raccontando com'era andata e chi gli aveva sparato. Morì dissanguato perché il dottore non lo operò. Fu imposto di celebrare i funerali in forma riservata, ma la città di Quarrata non ascoltò l'ordine e partecipò in massa. Tutte le strade che confluivano alla chiesa di Santa Maria Assunta furono intasate di persone». La famiglia cercò subito giustizia: «Mia nonna tenne il lutto tutta la vita. Era sempre vestita di nero e si ammalò di nervi. Subiva minacce e una volta gli spararono anche alla porta di casa. Nonostante questo chiese subito giustizia, ma il giudice le disse di attendere "tempi migliori" per la denuncia». Il processo fu fatto solo nel dopoguerra, ma anche allora non ci fu giustizia: «In primo grado il responsabile fu condannato a 12 anni, ma poi ricorse in appello e presentò due testimoni falsi. Comprati. Era un commerciante d'olio, ricco. Il processo si chiuse con l'assoluzione per insufficienza di prove. A mia nonna non fu mai data neppure una pensione di risarcimento. Il destino, poi, con varie vicende personali, punì sia l'assassino che i due testimoni e così, anche mio padre, non riaprì mai il caso».
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