Il Tirreno

Pistoia

Il corpo e l'anima nella terra della sera la lectio di Galimberti

Marta Quilici
Il corpo e l'anima nella terra della sera la lectio di Galimberti

3 MINUTI DI LETTURA





 PISTOIA. «Quando andiamo dall'oculista gli occhi mi servono per entrare in rapporto col medico, per orientarmi, in generale per stare al mondo. Quando però inizia a visitarmi, i miei occhi diventano un oggetto di analisi, niente più che una cosa».  È intorno al molteplice concetto di corpo e al suo rapporto con l'anima che il professor Umberto Galimberti ha basato la sua lectio di inaugurazione del festival "Dialoghi sull'uomo". Galimberti, allievo del filosofo Emanuele Severino e professore di filosofia all'università Ca'Foscari di Venezia, ha proposto un excursus storico del rapporto tra "anima e corpo". «Noi siamo il nostro corpo - spiega Galimberti -. Ma da 2500 anni pensiamo di essere divisi in due: in anima e in corpo. Questa divisione è nata in Grecia, con Platone. Prima, con Omero ad esempio, la parola "corpo" si utilizzava soltanto per indicare il cadavere. Così come la parola "anima" si usava solo sul punto di morte intendendo l'ultimo respiro. Né "anima" né "corpo" si utilizzavano per indicare l'uomo in vita».  Tutto cambia con Platone che, nella sua ricerca della verità oggettiva e universale, allontana dalla sua ricerca tutto ciò che concerne il corpo, in quanto portatore di verità mutevoli e ingannatrici, come le sensazioni.  «L'anima nasce con Platone come organo preposto al pensiero - spiega Galimberti - e gli serve per fondare la sua teoria conoscitiva oggettiva e universale. Il corpo, mutevole e ingannatore, diventa così "la prigione dell'anima". Questo dualismo platonico viene ripreso dal cristianesimo che in origine non ha la nozione di anima. È Sant'Agostino che fa compiere "il colpo di genio al cristianesimo", come lo ha definito Nietzsche. Ha detto cioè a tutti che sono immortali, perché l'anima, come luogo della rivelazione e manifestazione di Dio, sopravvive al corpo».  Nella tradizione occidentale del dualismo anima-corpo, si inserisce poi Cartesio che «inaugura - spiega Galimberti - il "corpo medico". Cartesio non considera più il corpo come luogo delle sensazioni, degli umori, ma come oggetto studiabile, come sommatoria di organi. Ha dato origine cioè al corpo come viene visto dalla medicina, chimica, genetica. Questo dà luogo alla contraddizione che spesso viviamo in ospedale quando ci lamentiamo della "scarsa umanità" dei medici che ci vedono solo come detentori di un fegato malato, di un polmone malsano. Ma sbagliamo a lamentarci, loro devono avere questo sguardo».  Sul dualismo platonico-cristiano di anima e corpo si è basata quindi anche la medicina e poi anche la psichiatria, nata come «scienza - continua Galimberti - che studiava il morbus sine materia, cioè la malattia che non manifestava sintomi corporei. È nel Novecento che siamo tornati a considerare "il corpo che siamo", abbandonando gli "errori seducenti di Platone e di Cartesio". Husserl dice che il rapporto non è tra anima e corpo, ma tra io e mondo. Noi siamo dischiusi verso il mondo: lo spazio e il tempo tornano ad essere soggettivi: vissuti e non oggettivi e misurabili. Ecco che, dopo 2500 anni, proviamo a rinunciare all'anima. Questo significa rinunciare all'immortalità, a una concezione ottimistica che si è protratta per oltre 2000 anni e che ha caratterizzato tutto l'Occidente e tutto il suo pensiero, anche quello non cristiano. Del resto, però, "Occidente" significa "terra della sera" e anche noi dovremo tramontare prima o poi».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa