Italia
Cinque giorni in mare per trovare una nuova vita
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Larrivo a Quarrata martedì sera L'odissea dei tre giovani profughi senegalesi ospiti della Croce rossa
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QUARRATA. Hanno viaggiato per tre mesi, spesso a piedi, dal Senegal fino in Mali, poi in Burkina Faso, fino a raggiungere il Niger. Tra loro e la Libia, a quel punto, c'erano centinaia di chilometri di deserto. Hanno attraversato pure quello. Inizia così l'odissea di Abdullai Mani, 21 anni, Kamara Lasana, 21, e Cisse Malang, 20, che adesso sono ospitati nella foresteria della Croce Rossa, a Quarrata, in attesa del riconoscimento di rifugiati. Sono partiti da casa due anni fa, poco più che diciottenni. Ci raccontano la loro storia in un francese dialettale che si mischia all'arabo e che Karim, un volontario tunisino della Croce Rossa, cerca di tradurre per noi. Sono giovani e spaesati. Dicono di voler rimanere in Italia, anche se l'unica "Italia" che finora hanno visto sono i lettini puliti della foresteria della Croce Rossa, il centro Di accoglienza di Manduria, in Puglia, e il pullman che li ha portati fino in Toscana. Provengono dalla regione di Casamance, al sud del Senegal: una regione povera come tutto il resto del paese, ma interessata anche da movimenti separatisti ed episodi di violenza. Per arrivare in Libia hanno fatto tutti la stessa traversata: tre mesi di viaggio, quasi sempre a piedi o con mezzi di fortuna. «Eravamo un gruppo di 9 persone - racconta Cisse Malang - e c'era una persona che ci guidava. Noi non conoscevamo la strada, non sapevamo nulla. Ci affidavamo a questa guida». Dicono di non aver pagato per il viaggio. Chissà se è così. In Libia hanno vissuto per due anni, poi gli scontri e la guerra di queste ultime settimane li ha fatti fuggire anche da lì. In 350 hanno preso una piccola imbarcazione, ci sono montati dentro e sono partiti verso un altro deserto: il Mediterraneo. Hanno trascorso cinque giorni in mezzo al mare, stipati in una barca di pochi metri. Sono finiti anche loro, come tutti quelli che sopravvivono al viaggio, a Lampedusa. Qui ci sono stati solo due ore, poi sono stati trasferiti nel centro di Manduria. E martedì sono arrivati a Quarrata. «In Senegal - continua Cisse Malang - ho i genitori e due fratelli. Insegnavo il Corano ai bambini. Mio padre ha un piccolo pezzo di terra dove coltiva le verdure, e con questo vivevamo. Mia mamma lo aiutava. Me ne sono andato perché il lavoro di mio padre non bastava per tutti e volevo provare ad aiutarli. Era il 2009. Da allora non sento più nessuno dei miei familiari». Nessuno di loro ha più contatti con la famiglia. I tre ragazzi non si conoscevano prima di arrivare a Lampedusa, ma hanno tutti più o meno la stessa storia. «Ho tre fratelli - racconta Abdullai - e io sono il più grande. Mio padre insegnava. Quando è morto, mia mamma non è più riuscita a tirare avanti e così me ne sono andato per cercare fortuna». «Io ho studiato il Corano per quattro anni in Senegal - spiega Kamara - In famiglia eravamo sette. Adesso vorrei rimanere in Italia e fare il fabbro». M.Q.
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