Il Tirreno

Pistoia

I dati della Camera di commercio mostrano che il settore in provincia fa fatica a uscire dalla crisi

Nel 2010 vendite calate del 4,5%

Francesco Albonetti
Shopping fra i negozi del centro. Non allenta il calo dei consumi delle famiglie pistoiesi
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Shopping fra i negozi del centro. Non allenta il calo dei consumi delle famiglie pistoiesi

Al palo anche i supermercati. Confesercenti: «Più negozi? Non è un buon segno»

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 PISTOIA. Calano le vendite ma sbarca qualche negozio in più. E per il secondo anno anche la grande distribuzione segna il passo, seppure in modo non uniforme per tutte le catene. Questa in sintesi la fotografia del commercio in provincia nel 2010, un quadro per certi versi ancora più pesante rispetto al 2009, anno clou della crisi economica.  Ad essere penalizzata è soprattutto la piccola distribuzione, le cui vendite scendono del 4,5% rispetto al 2009, contro una media regionale di - 3,8%. Segno meno anche per la media distribuzione (-2,1%, media regionale - 2,2%), mentre le vendite nei grandi supermercati, finita la crescita continua dell'ultimo decennio, mostrano una perfetta stabilità nelle vendite.  Questa situazione nera sembra non riflettersi, però, sul saldo delle imprese commerciali in provincia, che nel 2010 vede una leggera ripresa rispetto all'anno precedente. Insomma, aprono più negozi di quanti ne chiudano anche se, a ben guardare, su questo dato pesano alcuni settori del commercio all'ingrosso, mentre per quello al dettaglio il saldo è lievemente negativo. Le attività commerciali in provincia al 31 dicembre 2010 risultano 4.987, con un aumento percentuale dello 0,9% rispetto al 2009. La superficie di vendita complessiva è di 406.689 metri quadrati, incrementando di 1,3% quella del 2009.  Andando nel dettaglio delle specializzazioni merceologiche, aumentano i negozi di prodotti alimentari, che passano a 440 con un + 3,3% rispetto al 2009. Segni positivi anche per informatica e telecomunicazione (61 esercizi, + 3,4%), mobili (220 negozi, + 2,3%), librerie (30 negozi, + 3,4%), abbigliamento (633 negozi, + 1,1%), calzature (140 negozi, + 1,4%), articoli medicali e ortopedici (19 negozi, + 28,6%) e profumerie (95 esercizi, + 4,4%). Calano di numero, invece, i benzinai (125 esercizi, - 1,6%), prodotti tessili (109, meno 2,7%), ferramenta (154, meno 3,1%), giornali e cartolerie (216, meno 0,5%), articoli sportivi (84, meno 2,3), fiori (106 negozi, meno 0,9%).  «Credo che la tenuta del numero delle imprese sia dovuta più al settore dei servizi e del terziario avanzato che al commercio al dettaglio - conferma Marco Baldasseroni della Confcommercio -. C'è una stagnazione rispetto al 2009 e il calo dei consumi è confermato anche dal dato stabile nelle vendite della grande distribuzione. Ultimamente abbiamo assistito ad una frenata nell'apertura di esercizi di vendita della grande distribuzione e lo si capisce anche dal fatto che la Regione non si è ancora pronunciata sul piano 2011-2013. Il settore della grande distribuzione è l'unico contingentato e chi vuole ottenere l'autorizzazione per aprire un esercizio con una superifiche superiore ai 2.500 metri deve ottenere il nulla osta dalla Regione. In questa fase però non c'è più la spinta di qualche anno fa, siamo fermi, mentre chi vuole aprire supermercati preferisce superfici più piccole, intorno ai 1.500 metri o meno». Riguardo alla tenuta o al crollo di certi settori, secondo Confcommercio il buon andamento delle librerie, per esempio, si spiega con la tenuta del settore scolastico.  «Un certo calo delle vendite in alcune catene di grande distribuzione c'era anche nel 2009 - dice Maurizio Innocenti, presidente di Confesercenti - E' evidente che la proposta di un'offerta esagerata, basata sulle continue promozioni, in questo momento non trova riscontro nelle poche risorse dei consumatori. Il piccolo aumento del numero di esercizi, invece, credo sia dovuto alla perdita di lavoro che spinge alcuni a tentare l'investimento nel piccolo negozio, ma vale solo per alcuni settori. I dati del 2010 non sono affatto positivi, evidenziano che la ripresa dei consumi auspicata non c'è stata: si salvano solo certi settori di nicchia. Lo si vede anche dall'orientamento generale della grande distribuzione a non aprire più la domenica come avveniva qualche anno fa: i costi superano i benefici del giro di affari».

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