Gioco
Gad, il grande teatro fatto con le piccole cose
Alberto Vivarelli
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In quello scantinato di via di Valdibrana c'è gran parte della sua vita; sicuramente i suoi sogni realizzati, le sue delusioni, i suoi progetti. Che sono molti e ambiziosi. Ma in quei quasi cinquecento metri quadrati, forse c'è qualcosa di più: c'è l'anima di un uomo che ama il teatro come pochi altri, in maniera assoluta, totale. Perché per Franco Checchi, 70 anni all'anagrafe, regista e direttore artistico della compagnia Gad "Città di Pistoia" dal 1975, il teatro non è solo lo spettacolo in sé, bensì quella miscela intrigante che nasce dai lunghi mesi di produzione, dal confronto con gli attori, dallo studio dei testi, l'allestimento, le prove e, infine, l'adrenalina della "prima".
Emozioni fortissime. Ma, soprattutto, per Checchi fare teatro significa trovare sempre un filo comune che tenga insieme quarant'anni di attività del Gad. In quello scantinato, c'è una piccola falegnameria con gli strumenti appena sufficienti a costruire le semplici scene degli spettacoli, non certo allestimenti complessi; c'è un magazzino che ospita gli allestimenti e i costumi, poi c'è un vero e proprio tesoro: 5mila titoli di teatro e le cartelle dei 62 spettacoli prodotti dal Gad. La sua vita, appunto. Perché Checchi non è solo regista, attore, uomo di teatro - un vero "animale" da palcoscenico, come si usa dire nell'ambiente dello spettacolo -, di teatro Checchi ha una cultura infinita.
«La biblioteca è diventata un punto di riferimento anche per gli studenti - spiega con un pizzico d'orgoglio -. C'è chi è venuto da Brescia per consultare i miei libri. È materiale raccolto in decenni, spesso acquistato sulle bancarelle. Pensi, ho tutti i programmi di sala degli spettacoli a cui ho assistito». Com'è nato questo amore per il teatro? «Sui banchi di scuola. All'istituto Pacini, alla fine dell'anno si allestiva lo spettacolo "Studente show", erano gli anni'58-'59. Poi ho recitato in qualche commedia. Ma l'idea delle tavole del palcoscenico l'ho sempre avuta dentro, non a caso feci parte del gruppo "I Diplomati" in cui cantavo». La svolta vera quando avvenne?
«Quando sposai Margherita Baroncelli. Lei era un'attrice, molto dotata e molto promettente, della compagnia del dottor Fabrizio Rafanelli che operava all'Accademia del Ceppo. Mi appassionai al teatro. Ricordo che dalla compagnia di Rafanelli sono usciti attori come Dante Biagioni, Elettra Bisetti, Ugo Pagliai. Ma la chiusura dell'Accademia, causò anche lo scioglimento della compagnia. Dopo una decina d'anni, alcuni ex attori dell'Accademia coinvolsero Rafanelli in un nuovo progetto: nacque il Gad». Cosa le ha dato il teatro? «La soddisfazione di essere diretto da una persona come Rafanelli, che nel 1975 lasciò nelle mie mani il timone della compagnia.
Ricordo ancora il primo spettacolo, "Antigone", nel chiostro di S. Francesco, che lanciò Renato Biserni. Tre serate col tutto esaurito. E mi ha dato gioia aver prodotto 62 spettacoli. Ma sono tante le soddisfazioni. Una delle più grandi è quella di aver portato il gruppo al teatro Palladio di Vicenza, un luogo quasi "sacro" del teatro italiano. Insomma, il teatro mi ha dato tantissimo, con il teatro mi è riuscito dare un senso alla vita. Non sono mai mancato ad uno spettacolo e, pensi, facciamo 25-30 repliche all'anno. Nel teatro c'è il fascino di una cosa che nasce e muore la solita sera, il fascino di fare teatro insieme agli altri. E mi ha anche dato la possibilità di crearmi un cultura di organizzazione teatrale». Lei cosa ha dato al teatro?
«Ho dato molto, ma penso di aver ricevuto di più. Uno dei primi premi personali che ho ricevuto, lo ebbi dalla mani di Lodovici per "aver servito l'arte con amore". Non è sufficiente?». Teatro e famiglia, che rapporto c'è stato?
«L'amore di mia moglie per il teatro ha facilitato questo rapporto. Quando mia moglie è scomparsa, è stata molto dura. Margherita è stata molto importante nella mia formazione, aveva un talento spiccato. Poteva fare l'attrice professionista, ma a quei tempi....». Le sue figlie, Donatella e Michela, hanno ereditato la vostra passione? «No, forse perché sono stato più severo con loro che con gli altri» La vostra è un'attività di qualità, fate teatro di tradizione a livello professionale, basta vedere la cura dei dettagli per capirlo. Finanziariamente come fate?
«Dalle rassegne e dagli spettacoli arriva l'80% degli incassi. Noi lavoriamo con compensi che equivalgono a rimborsi spese. Ma il segreto è il volontariato, mosso da una grande passione. Poi personalmente, qualche aiuto lo do. Ad esempio, nel tempo ho acquistato tutto questo spazio che ho messo a disposizione del Gad». Dalla città cosa ha ricevuto? «Le istituzioni non mi hanno dato niente, il pubblico moltissimo. Al Manzoni facciamo 500 persone. Quando il Manzoni passò di proprietà al Comune, eravamo stabilmente presenti nella stagione teatrale. Con l'Associazione teatrale ho un buon rapporto, una volta all'anno riesco ad avere il teatro ad un costo conveniente e mi mettono a disposizione i loro tecnici. E questo, lo riconosco, non è un atto dovuto». È sufficiente per una compagnia che prende premi ovunque?
«A volte mi chiedo perché non riusciamo ad avere più spazio. Noi siamo una compagnia stabile a tutti gli effetti: perché l'Associazione non ci fa lavorare nei teatri che gestisce? Penso a Monsummano, Casalguidi, Lamporecchio, Popiglio. L'ho chiesto ai vari direttori: Savelli, Pezzoli, Barsanti, allo stesso Berti quando era presidente. Nessuno mi ha mai risposto, ho sempre trovato un muro di gomma. Pazienza». Le compagnie pistoiesi si lamentano del poco spazio che dà loro l'Atp. Proviamo a rovesciare il problema: a Pistoia esistono compagnie che garantiscano un secondo cartellone di qualità da affiancare alla stagione tradizionale? «Se pensiamo al Manzoni, le realtà in grado di affrontare il teatro sono poche, ma ci sono altri spazi e possibilità. Bisogna dare loro questa opportunità. In provincia ci sono sei-sette compagnie in grado di reggere un cartellone. Ma a Pistoia c'è qualcuno che capisce di teatro?
Giancarlo Galardini ne capiva e sapeva scegliere. Il teatro amatoriale si aiuta in tanti modi: dando spazi pubblici per le prove, ad esempio. Allora, dico che gli spazi pubblici non devono rimanere chiusi. Lei pensi a Bottegone, ormai gran parte dell'attività amatoriale si fa lì senza spendere un euro, ma quel circolo è sempre pieno. E non dimentichiamo che il teatro ha anche una funzione sociale: dà lavoro anche nel privato, come dimostra l'esperienza del Funaro. A loro, a Monica Menchi a Claudio Bigagli ho dato gli strumenti per crescere». Tante letture, tanti autori, tanti attori. Cosa le è rimasto dentro? «Si prende qualcosa da tutti, perché qualcosa si "ruba" a tutti» Si ritiene un regista ortodosso?
«Non molto, cerco sempre qualcosa di nuovo, non ho mai copiato nessuno pur prendendo qualcosa da tutti. Importante è che il pubblico non si annoi». Pochi giovani scelgono il teatro, c'è un gap generazionale, forse perché, parafrasando Eduardo De Filippo, il teatro "è sacrifici e gelo"? «Il gap generazionale c'è. Io faccio teatro tradizionale e quindi lavoro sul personaggio, sulla voce e la gestualità. Noto che le nuove generazioni hanno difficoltà ad imparare le parti. Da parte loro c'è serietà, ma scarsa resistenza alla fatica». Ha una bilioteca teatrale immensa: che ne farà? «Ho già fatto testamento. Ma non so se verrà rispettato. Nel gruppo del Gad ci sono persone in grado di proseguire l'opera e anche questo fondo sarà a disposizione del Gad fino a che questo esisterà. Ma sono pronto a donare tutto alla biblioteca San Giorgio».
Emozioni fortissime. Ma, soprattutto, per Checchi fare teatro significa trovare sempre un filo comune che tenga insieme quarant'anni di attività del Gad. In quello scantinato, c'è una piccola falegnameria con gli strumenti appena sufficienti a costruire le semplici scene degli spettacoli, non certo allestimenti complessi; c'è un magazzino che ospita gli allestimenti e i costumi, poi c'è un vero e proprio tesoro: 5mila titoli di teatro e le cartelle dei 62 spettacoli prodotti dal Gad. La sua vita, appunto. Perché Checchi non è solo regista, attore, uomo di teatro - un vero "animale" da palcoscenico, come si usa dire nell'ambiente dello spettacolo -, di teatro Checchi ha una cultura infinita.
«La biblioteca è diventata un punto di riferimento anche per gli studenti - spiega con un pizzico d'orgoglio -. C'è chi è venuto da Brescia per consultare i miei libri. È materiale raccolto in decenni, spesso acquistato sulle bancarelle. Pensi, ho tutti i programmi di sala degli spettacoli a cui ho assistito». Com'è nato questo amore per il teatro? «Sui banchi di scuola. All'istituto Pacini, alla fine dell'anno si allestiva lo spettacolo "Studente show", erano gli anni'58-'59. Poi ho recitato in qualche commedia. Ma l'idea delle tavole del palcoscenico l'ho sempre avuta dentro, non a caso feci parte del gruppo "I Diplomati" in cui cantavo». La svolta vera quando avvenne?
«Quando sposai Margherita Baroncelli. Lei era un'attrice, molto dotata e molto promettente, della compagnia del dottor Fabrizio Rafanelli che operava all'Accademia del Ceppo. Mi appassionai al teatro. Ricordo che dalla compagnia di Rafanelli sono usciti attori come Dante Biagioni, Elettra Bisetti, Ugo Pagliai. Ma la chiusura dell'Accademia, causò anche lo scioglimento della compagnia. Dopo una decina d'anni, alcuni ex attori dell'Accademia coinvolsero Rafanelli in un nuovo progetto: nacque il Gad». Cosa le ha dato il teatro? «La soddisfazione di essere diretto da una persona come Rafanelli, che nel 1975 lasciò nelle mie mani il timone della compagnia.
Ricordo ancora il primo spettacolo, "Antigone", nel chiostro di S. Francesco, che lanciò Renato Biserni. Tre serate col tutto esaurito. E mi ha dato gioia aver prodotto 62 spettacoli. Ma sono tante le soddisfazioni. Una delle più grandi è quella di aver portato il gruppo al teatro Palladio di Vicenza, un luogo quasi "sacro" del teatro italiano. Insomma, il teatro mi ha dato tantissimo, con il teatro mi è riuscito dare un senso alla vita. Non sono mai mancato ad uno spettacolo e, pensi, facciamo 25-30 repliche all'anno. Nel teatro c'è il fascino di una cosa che nasce e muore la solita sera, il fascino di fare teatro insieme agli altri. E mi ha anche dato la possibilità di crearmi un cultura di organizzazione teatrale». Lei cosa ha dato al teatro?
«Ho dato molto, ma penso di aver ricevuto di più. Uno dei primi premi personali che ho ricevuto, lo ebbi dalla mani di Lodovici per "aver servito l'arte con amore". Non è sufficiente?». Teatro e famiglia, che rapporto c'è stato?
«L'amore di mia moglie per il teatro ha facilitato questo rapporto. Quando mia moglie è scomparsa, è stata molto dura. Margherita è stata molto importante nella mia formazione, aveva un talento spiccato. Poteva fare l'attrice professionista, ma a quei tempi....». Le sue figlie, Donatella e Michela, hanno ereditato la vostra passione? «No, forse perché sono stato più severo con loro che con gli altri» La vostra è un'attività di qualità, fate teatro di tradizione a livello professionale, basta vedere la cura dei dettagli per capirlo. Finanziariamente come fate?
«Dalle rassegne e dagli spettacoli arriva l'80% degli incassi. Noi lavoriamo con compensi che equivalgono a rimborsi spese. Ma il segreto è il volontariato, mosso da una grande passione. Poi personalmente, qualche aiuto lo do. Ad esempio, nel tempo ho acquistato tutto questo spazio che ho messo a disposizione del Gad». Dalla città cosa ha ricevuto? «Le istituzioni non mi hanno dato niente, il pubblico moltissimo. Al Manzoni facciamo 500 persone. Quando il Manzoni passò di proprietà al Comune, eravamo stabilmente presenti nella stagione teatrale. Con l'Associazione teatrale ho un buon rapporto, una volta all'anno riesco ad avere il teatro ad un costo conveniente e mi mettono a disposizione i loro tecnici. E questo, lo riconosco, non è un atto dovuto». È sufficiente per una compagnia che prende premi ovunque?
«A volte mi chiedo perché non riusciamo ad avere più spazio. Noi siamo una compagnia stabile a tutti gli effetti: perché l'Associazione non ci fa lavorare nei teatri che gestisce? Penso a Monsummano, Casalguidi, Lamporecchio, Popiglio. L'ho chiesto ai vari direttori: Savelli, Pezzoli, Barsanti, allo stesso Berti quando era presidente. Nessuno mi ha mai risposto, ho sempre trovato un muro di gomma. Pazienza». Le compagnie pistoiesi si lamentano del poco spazio che dà loro l'Atp. Proviamo a rovesciare il problema: a Pistoia esistono compagnie che garantiscano un secondo cartellone di qualità da affiancare alla stagione tradizionale? «Se pensiamo al Manzoni, le realtà in grado di affrontare il teatro sono poche, ma ci sono altri spazi e possibilità. Bisogna dare loro questa opportunità. In provincia ci sono sei-sette compagnie in grado di reggere un cartellone. Ma a Pistoia c'è qualcuno che capisce di teatro?
Giancarlo Galardini ne capiva e sapeva scegliere. Il teatro amatoriale si aiuta in tanti modi: dando spazi pubblici per le prove, ad esempio. Allora, dico che gli spazi pubblici non devono rimanere chiusi. Lei pensi a Bottegone, ormai gran parte dell'attività amatoriale si fa lì senza spendere un euro, ma quel circolo è sempre pieno. E non dimentichiamo che il teatro ha anche una funzione sociale: dà lavoro anche nel privato, come dimostra l'esperienza del Funaro. A loro, a Monica Menchi a Claudio Bigagli ho dato gli strumenti per crescere». Tante letture, tanti autori, tanti attori. Cosa le è rimasto dentro? «Si prende qualcosa da tutti, perché qualcosa si "ruba" a tutti» Si ritiene un regista ortodosso?
«Non molto, cerco sempre qualcosa di nuovo, non ho mai copiato nessuno pur prendendo qualcosa da tutti. Importante è che il pubblico non si annoi». Pochi giovani scelgono il teatro, c'è un gap generazionale, forse perché, parafrasando Eduardo De Filippo, il teatro "è sacrifici e gelo"? «Il gap generazionale c'è. Io faccio teatro tradizionale e quindi lavoro sul personaggio, sulla voce e la gestualità. Noto che le nuove generazioni hanno difficoltà ad imparare le parti. Da parte loro c'è serietà, ma scarsa resistenza alla fatica». Ha una bilioteca teatrale immensa: che ne farà? «Ho già fatto testamento. Ma non so se verrà rispettato. Nel gruppo del Gad ci sono persone in grado di proseguire l'opera e anche questo fondo sarà a disposizione del Gad fino a che questo esisterà. Ma sono pronto a donare tutto alla biblioteca San Giorgio».
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