Il Tirreno

Pistoia

In piazza la rabbia dei cassintegrati

Tiziana Gori
In piazza la rabbia dei cassintegrati

Alte le adesioni in provincia allo sciopero della Cgil, oltre 1.500 persone in corteo

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 PISTOIA. «Da quando sono in cassa integrazione i miei giorni sono contraddistinti da un senso di inutilità. Le mie certezze sono diventate incubi, reinventarmi il futuro è sempre più difficile, mentre i ricordi tornano spesso alle ore di lavoro con i colleghi». Dal palco le parole di Loriano Sandroni, Rsu Cgil alla Radicifil di Ponte alla Pergola scendono in piazza del Duomo, gremita da migliaia di persone. Diventano la testimonianza simbolo dello sciopero nazionale voluto dalla Cgil per il lavoro e i diritti (negati) dei lavoratori. La sua come quella di Maria Teresa Averza, Rsu alla Spagnesi mobili, una delle ultime a gettare la spugna nel panorama pistoiese, con la messa in cassa integrazione di tutti i 40 dipendenti. Sono persone estromesse che non si arrendono. Che concludono il loro intervento incitando la piazza a non arrendersi.  «Oggi più che mai - fa loro eco Gessica Beneforti, segretaria generale della Cgil Pistoia - è giusto ribadire che cambiare si può, e che interventi a favore di una diversa politica del lavoro sono urgenti e necessari».  Il corteo si è mosso alle 9,30 da via Puccini, sede della Camera del Lavoro, e ha percorso le principali vie del centro per confluire davanti al palco allestito in piazza del Duomo. Un migliaio, forse anche 1500, i partecipanti. Altissima, secondo le fonti Cgil, anche l'adesione allo sciopero nelle aziende pistoiesi: oltre l'80% nell'industria, con il blocco quasi totale del settore calzaturiero, percentuali superiori al 90% alla Saint Gobain, 70% alla Montalbano Alimentari e alla Polli, 100% alla Transystem, 70% alla Nuova Edart, 80% alla Mcn, 90% alla Paver, 80% alla Call&Call, 90% alla Landucci, Trafilerie Niccolai e Nuova Socarpi, superiore al 60% alla Tipografia Toscana, 100% alla Acque Servizi, 60% in AnsaldoBreda, 90% alla Telecom Italia, oltre il 50% all'Enel e punte superiori all'80% nella grande distribuzione. Su 52 sportelli monoperatori di Poste Italiane solo 2 erano aperti, e molti uffici più grandi erano chiusi o aperti perché precettati.  Superiore alle aspettative anche l'adesione del mondo della scuola, nonostante l'intervento del giorno prima della Prefettura «abbia agito come depotenziatore, creando grande confusione tra i lavoratori». Il sindacato annuncia la richiesta di un incontro urgente sull'accaduto col Prefetto Mauro Lubatti.  Quello che lavoratori, disoccupati, giovani, donne e pensionati sono venuti a testimoniare con la loro presenza per le strade del centro, con gli striscioni e i cartelli bianchi riempiti di parole di sarcasmo, è un bisogno sentito: di un'Italia diversa, di politiche del lavoro diverse, di una centralità dei diritti dei lavoratori da recuperare, di nuove prospettive da offrire.  Uno studio della Regione sull'economia svela che la ripresa è davvero lontana. Già nei primi tre mesi del 2011 le ore di cassa integrazione in provincia sono state più di 2 milioni, equivalenti a 5000 lavoratori. Di questi, 2000 circa rischiano di perdere il posto entro la fine dell'anno.  «A due anni e mezzo dall'insediamento del governo - commenta Beneforti - il bilancio delle cose fatte è molto negativo. Niente per la ripresa, niente per scuola, università e ricerca, niente per il lavoro e l'occupazione».  Molti gli interventi dal palco, rappresentativi di tante categorie e di aziende in difficoltà. Tra gli altri: Antonio La Sala, (Comitato provinciale difesa della scuola), Tiziano Storai, responsabile dello sportello disabilità della Cgil, Valentina Gelli (Rete 13 febbraio), Monica Mariani (Rsu Fiom Cgil AnsaldoBreda), Daniele Quiriconi (segreteria regionale Cgil).  «Basta - hanno recitato a ritmo sincopato gli studenti Damiano Suppressa e Alessandro Culatore (Comitato Forteguerri organizzato) - al precariato, a chi mi dice che con la cultura non si mangia, basta svegliarsi uguali e addormentarsi diseguali, basta con l'Italia dei furbi, basta perché la priorità dell'informazione non può essere il matrimonio di William e Kate, basta perché mi sento trattato come l'ultima ruota del carro».

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