Lutto
«Quei clandestini inviati dal Signore per convertire noi e il nostro mondo»
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MONTALE. «Una chiesa che predica ai poveri, per essere credibile, dev'essere povera». Le parole di don Enzo Benesperi, forti e dolci allo stesso tempo, traggono il loro vigore dai suoi trent'anni di missione in Brasile, trascorsi al fianco delle popolazioni dell'Amazzonia e dei poveri delle favelas di Manaus, nel nord est del paese sudamericano. In America Latina ha condiviso il lavoro delle comunità ecclesiali di base e lo spirito della teologia della liberazione per una chiesa povera al fianco dei poveri e coraggiosa nel denunciare le ingiustizie dei potenti. «Sono nato 76 anni fa ad Agliana. A 43 anni sono rinato in Brasile». Don Enzo, da pochi anni tornato definitivamente in Italia, è adesso parroco di Stazione di Montale e di Valenzatico. Lei è nato a Pistoia. Perché ha scelto di partire? Io sono nato ad Agliana 76 anni fa. La molla che mi ha fatto partire è stata l'esperienza del Concilio Vaticano secondo, che ha messo un po' in rilievo la necessità di una chiesa dei poveri. Volevo anche mettermi in discussione. A Manaus, inoltre, c'era già un gruppo di pistoiesi missionari. Ci racconta la sua esperienza di missionario in Brasile? Sono stato in Amazzonia una trentina di anni. Nella capitale, Manaus, ma anche, per 19 anni, nell'interno, tra i fiumi Solimoes e Rio Negro. Il mio lavoro era in linea con le comunità ecclesiali di base e con la teologia della liberazione: rendere i poveri e gli esclusi coscienti che possono essere i protagonisti della loro storia. Una storia di liberazione dalla schiavitù della fame, della mancanza di cultura, della mancanza di educazione scolastica e di assistenza medica. Quanti anni aveva? Sono rinato come uomo e come prete quando avevo 43 anni. È stata una nuova nascita. Sono nato ad Agliana, ma sono rinato come uomo in Amazzonia, sono stato ordinato a Pistoia nel 1957, ma ho realizzato e rinnovato il mio sacerdozio nelle comunità di base. È stato il più bello e il più grande dono che Dio mi ha fatto. Come uomo e come prete. Che cosa ha trovato in Brasile e che cosa può insegnare il Brasile all'Occidente? In Brasile ho trovato la dittatura militare. E ho trovato una chiesa profetica che non ha avuto timore a denunciare i soprusi, i casi dei desaparecidos e le torture operate dalla dittatura. Ho trovato una chiesa coraggiosa e profetica che ha fatto la scelta dei poveri; di essere povera insieme ai poveri, di essere piccola e umile insieme ai piccoli e agli umili della Terra. È stata una chiesa straordinaria che piano piano è riuscita a cambiarmi. E questo cosa può insegnare all'Italia e all'Occidente? Quando ricorsero i 500 anni della conquista dell'America, risuonava un detto: che le caravelle arrivate in America per conquistare e opprimere e compiere veri e propri genocidi, dovevano tornare indietro per portare in Occidente la buona notizia di un popolo e di una chiesa ospitali, che avevano attenzione per gli indios e per i più piccoli e più poveri del continente. Non so, però, in che modo questo messaggio potrebbe essere recepito in Italia, sia dalla chiesa che dalla società politica italiana. Cosa significa la Pasqua? La Pasqua è morte e risurrezione di Gesù. Ma colui che il Padre ha riportato alla vita è il Cristo che si è spogliato della dignità divina, si è fatto uomo nella povertà e nell'esclusione, che ha lavorato per anni come falegname e come contadino in un villaggio sperduto della Galilea, una regione ai margini della vita religiosa e sociale del tempo. Nella vita pubblica Gesù non ha mai frequentato i palazzi dei potenti. Ha camminato nelle città, per le strade, sulle rive del lago e del fiume, in mezzo ai poveri. È entrato nei loro tuguri, vicino ai malati, con i peccatori, con le peccatrici e ha fatto di questa umanità, esclusa e derelitta, la ragione di vita della sua missione. Il Padre ha risuscitato questo figlio. Come festeggiava la Pasqua in Brasile? Era una Pasqua di festa, di allegria, di danze e di canti. La celebrazione pasquale durava ore ed ore, con tutte le comunità che si riunivano nello stesso luogo. L'intento era mostrare il rapporto tra celebrazione, fede e vita: celebrazione e fede senza la vita non hanno senso. Desideravamo che la Pasqua fosse un impegno per combattere la tentazione dell'accumulazione della ricchezza, del dominio e del potere, del prestigio e del successo a ogni costo, spesso perpetrato calpestando altri uomini. Per noi la Pasqua è anche un impegno perché la Chiesa faccia le scelte di Gesù: una chiesa che predica ai poveri per essere credibile dev'essere povera: una chiesa che non deve farsi condizionare dal potere, sempre pronto a dare privilegi e anche benessere economico. Una chiesa che eserciti la sua vocazione di profezia denunciando i mali, i soprusi, le ingiustizie. E poi la chiesa dev'essere "samaritana", cioè una chiesa che si accosta e si inginocchia per curare le ferite delle ingiustizie del potere. Il samaritano è uno straniero: un tema attuale, soprattutto in queste settimane... Sarebbe una Pasqua per la nostra società politica ed economica pensare che gli stranieri clandestini siano samaritani che si avvicinano al nostro mondo per cambiarlo, per farlo altro, più umano, più accogliente, più evangelico. Per fare una chiesa più conforme al suo Cristo, chiedendole di spogliarsi di questo manto di grandezza, di lusso, di potere. Non ci si può rivolgere ai poveri se non si fa la scelta di essere poveri. La Pasqua è questo. Gli stranieri possono convertirci. Sì, io penso che siano inviati dal Signore, nonostante ciò che dicono tanti nostri politici. Lunedì sarà il 25 Aprile, che a livello civile è la Festa della Liberazione dal nazi-fascismo. A breve ci sarà inoltre la festa del Primo Maggio: che senso hanno per un credente queste ricorrenze non religiose? La vigilia pasquale c'è una lettura fondamentale che non si può mai tralasciare: è la liberazione di Israele dalla schiavitù di Egitto. Per Israele religione e storia, religione e politica, religione e liberazione dalla schiavitù economica sono un tutt'uno. E io direi che anche per un cristiano valgono le stesse cose. Il cristiano è tale nella misura in cui, come direbbe San Tommaso, ha la Caritas politica, il modo di amare più completo che esista, che è l'impegno di trasformare la società. Il Primo Maggio, oltre ad essere la festa dei lavoratori, sarà anche il giorno della beatificazione di Karol Wojtyla. Una doppia festa? È stato un papa straordinario, ma che non è riuscito a capire a pieno le scelte di liberazione dell'America latina. Che cosa la preoccupa di più ora che è tornato dal Brasile e cosa la rende più lieto? Come cittadino italiano mi preoccupa il modo di vivere, di operare e le scelte dei nostri politici. Senza far nomi. Come cristiano e prete mi preoccupa una chiesa che sta perdendo soprattutto i giovani. Non so se dovrà toccare il fondo del pozzo per poi fare scelte più coraggiose e più evangeliche, per presentarsi con un volto credibile, amorevole, compassionevole verso tutti. Sopratutto verso i giovani, che non stanno neppure rifiutando la chiesa ma la stanno proprio ignorando. In Brasile la chiesa è una chiesa giovane. E cosa la rende più lieto? La certezza che sul nostro mondo e anche sulla chiesa sia presente il tesoro dello Spirito Santo, che ha fatto affrontare a Gesù le sue scelte coraggiose. La forza di vie nuove e più umane.
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