Sicurezza
Uccise il figlio: 9 anni e 8 mesi
Fabio Calamati
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Tetiana Hikava dopo larresto. A sin. il ripostiglio dove la donna partorì Condannata la barista ucraina dell'Abetone
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PISTOIA. Il giudice ha appena finito di leggere la sentenza che la condanna a 9 anni e 8 mesi di prigione per aver ucciso il figlio subito dopo averlo partorito. La donna, Tetiana Hykava, 43 anni, si alza in piedi e con un filo di voce chiede se le sarà concesso di andarlo a trovare, il suo piccolo, che ora riposa nel cimitero di Fiumalbo. Un anno fa, presa dal panico, lo uccise con le sue mani. Ma oggi sente il bisogno di piangergli accanto. Gli avvocati faranno istanza, così si dice in termine tecnico, e Tetiana potrà visitare il piccolo cimitero dove è stato sepolto il suo bambino. Intanto tornerà in carcere, a Sollicciano, dove si trova dal 15 marzo dell'anno scorso, in attesa che il tribunale decida se accogliere la richiesta di arresti domiciliari. Gli avvocati, però, sono ottimisti. La sentenza stessa poteva essere ben più pesante, nonostante il rito abbreviato con cui è stata giudicata la vicenda. Il processo si è svolto ieri mattina nell'aula Gup del tribunale. Giudice Matteo Zanobini, pm Francesco Sottosanti. Tetiana, che era assistita dagli avvocati Roberta Masetti e Riccardo di Bisceglie, ha seguito l'udienza ed ha spesso pianto, coprendosi il viso con le mani. Già madre di un bambino di sette anni, Tetiana Hykava, dipendente del bar dell'Ovovia di Abetone, nel dicembre 2009 era stata lasciata dall'uomo - un macedone - con cui aveva una relazione da circa due anni e mezzo. Quando aveva scoperto di essere rimasta incinta, in lei era scattata la paura di perdere il lavoro: quello invernale al bar dell'Ovovia e quello estivo in un albergo di Pievepelago. Pensando di essere alle prime fasi della gravidanza, aveva preso la decisione di abortire, e per farlo aveva comprato dei medicinali al mercato nero, assumendone poi una dose massiccia. Ma domenica 14 marzo, mentre era al lavoro, era iniziata una copiosa emorragia che l'aveva costretta a chiedere di tornare a casa. Ma mentre si trovava nello spogliatoio del bar, il piccolo era nato spontaneamente. Tetiana, presa dal panico, lo aveva infilato nella sua borsa in tutta fretta, per non essere scoperta dai colleghi. E per farlo smettere di piangere, gli aveva coperto la bocca con un fazzoletto. Il bambino privo di vita fu scoperto solo alcune ore dopo all'ospedale di Pistoia: la donna, ricoverata, teneva ancora stretta a sé la borsa in cui lo aveva infilato. Una vicenda terribile. Davanti al magistrato che la interrogava, il giorno successivo, Tetiana ripete più volte, disperata: «Non lo volevo uccidere, volevo solo che smettesse di piangere». Dopo i primi interrogatori, il pm fece eseguire una perizia psichiatrica, secondo la quale la donna era perfettamente capace di intendere e volere al momento dell'uccisione del figlio. Opposte le conclusioni del perito nominato dai difensori, secondo il quale Tetiana era temporaneamente incapace sia per i farmaci assunti che per la copiosa emorragia subita. Il Gup Zanobini, il mese scorso, ha ritenuto inutile una terza perizia. Ma nella valutazione delle circostanze attenuanti e aggravanti, si è trovato d'accordo con le conclusioni del pm Sottosanti, facendo prevalere le prime. Anche per questo alla fine il computo della pena non ha superato i 9 anni e 8 mesi pur trattandosi di omicidio. Durante l'udienza proprio su questo punto hanno discusso il pm e l'avvocato Roberta Masetti, per la quale ci si trovava di fronte ad un infanticidio, reato punito con pene più lievi. Di Bisceglie ha invece insistito molto sulla incapacità, sia pure temporanea, di intendere e volere. All'uscita dall'udienza, comunque, i legali della donna hanno parlato di «sentenza equilibrata», pur annunciando la volontà di ricorrere in appello.
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