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Pistoia

Appaltopoli. Le motivazioni della sentenza del 20 dicembre scorso che assolse 32 imputati

Contatti, ma nessun accordo

Pietro Barghigiani
Rosa Selvarolo giudice a latere nel processo Appaltopoli
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Rosa Selvarolo giudice a latere nel processo Appaltopoli

Per i giudici, alla fine gli imprenditori correvano da soli

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 MONTECATINI. Si incontravano per parlare di affari e stringere accordi di settore a livello di linee guida da seguire nell'ambito delle gare pubbliche. Niente a che vedere con una pianificazione studiata a tavolino di ribassi, partecipazioni o esclusioni compiacenti per non dare fastidio all'impresa amica.  Come nacque e naufragò "Appaltopoli" è scritto nelle 161 pagine delle motivazioni depositate in cancelleria dal collegio giudicante (presidente Valeria Marino, a latere Patrizia Martucci e Rosa Selvarolo, relatrice) che il 20 dicembre scorso assolse 32 imputati e condannò gli imprenditori Oliviero Zavagli e Paolo Parlanti.  Nell'articolata disamina alla base della sentenza i giudici fissano con chiarezza anche gli episodi, su cui indagarono carabinieri e Forestale, per i quali i tempi lunghi del processo hanno portato alla prescrizione.  Almeno una decina di imputati, alcuni dei quali anche a tre giorni dal verdetto, hanno evitato la condanna.  Niente associazione. L'associazione a delinquere per turbare le aste non sarebbe stata costituita. Gli incontri promossi dagli imprenditori, spesso nella sede dell'Associazione Industriali, erano mirati più a difendere la capacità di vincere le gare contro le intromissioni di ditte esterne che non a far collimare le offerte e le aree di influenza delle aziende. Viene poi ricordato che è una prassi in uso nel settore edile quella di informarsi sulle gare per capire i margini delle proposte da presentare. L'ingegner Guido Moutier, dal 2002 al 2009 collaboratore dell'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, sentito come teste, ha chiarito che «non sempre la presentazione di offerte similari e tra loro vicine era indicativa dell'esistenza di una cordata». Ha aggiunto il professionista: «Chi viene da fuori ha la possibilità, dato che non conosce la stazione appaltante di trovare questi dati (sulle gare locali, ndr) e di capire qual è diciamo l'andamento delle offerte su quel tipo di stazione appaltante, che di solito hanno un trend che si mantiene». Erano stati elaborati anche dei software che consentivano di fare il calcolo delle medie e le simulazioni sulla base del numero delle imprese presenti. Inoltre per la corte «ciascun imprenditore poteva decidere liberamente in modo autonomo prescindendo da ogni accordo indipendentemente dal pregiudizio che potevano sortirne gli altri senza che vi fosse l'obbligo di avvertire».  Da reo confessi ad assolti. Un ampio capitolo è dedicato alla famiglia Gliori di Pescia. Sia Aldo che la figlia Annalena, assolti perché il fatto non sussiste, in fase di indagine avevano denunciato il sistema degli accordi tra le imprese più grandi sostenendo di essersi dovuti piegare alle intese se volevano lavorare. In aula le deposizioni sono state di tutt'altro tenore. Gli accordi erano riferiti all'unione, in senso lato, delle ditte locali, in funzione difensiva contro quelle esterne.  Cambiando versione in dibattimento rispetto agli interrogatori resi nella fase istruttoria, è successo che i difensori dei coimputati non hanno chiesto di utilizzare le dichiarazioni predibattimentali e quindi «ai fini della responsabilità altrui è necessario vagliare la credibilità dell'una o dell'altra versione» scrivono i giudici che aggiungono: «È necessario operare una valutazione comparativa tra le loro dichiarazioni predibattimentali e le ulteriori emergenze processuali a carattere obiettivo». In sostanza quello che padre e figlia avevano detto in istruttoria poteva essere utilizzato solo se lo avessero chiesto gli altri coimputati che si sono ben guardati da avallare le accuse formalizzate in sede di indagine preliminare.  Il grande accusatore. Rino Bandini è l'imprenditore che il 4 marzo 2002 a Uzzano fece mettere a verbale la dichiarazione secondo la quale esistevano accordi tra le ditte per spartirsi gli appalti. Per diversi episodi i giudici ritengono che «le dichiarazioni del Bandini non trovano riscontro e risultano, più che altro, mere illazioni di un imprenditore deluso dal mancato successo della propria attività in ambito pubblico».  

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