Gioco
Senza investimenti in cultura e ricerca l'Italia non ha futuro
Marta Quilici
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A sinistra, Riccardo Tesi; in alto il musicista insieme a Maurizio Geri (a sinistra) e Claudio Carboni, sopra un concerto di Banditaliana; sotto due immagini di Ricardo Tesi durante una esibizione 6 MINUTI DI LETTURA
PISTOIA. «Pistoia è una città provinciale. Della provincia ha il calore e la tranquillità: non ci sono problemi di parcheggio, non ci sono troppi turisti. È una città ideale in cui tornare dopo aver viaggiato. È però anche una città tendenzialmente chiusa, basti pensare a tutte le polemiche nei confronti del Festival blues». Riccardo Tesi è un musicista di fama internazionale che ha portato le sonorità tradizionali toscane, italiane e mediterranee in Europa e nel mondo. Allontanandosi (ma mai troppo) dalla propria città è riuscito a coglierne gli elementi positivi e a valorizzarne la tradizione senza farsi schiacciare dal «clima di provincia che - come dice lui - può diventare soffocante». Con il suo organetto ha portato le sonorità mediterranee nel nord Europa, la musica toscana in tutta Italia e, cosa non scontata, ha fatto conoscere ai pistoiesi la musica della loro stessa tradizione. Dalla riproposizione della musica tradizionale è passato alla composizione di nuove sonorità «in cui la tradizione - spiega - non è più un repertorio da riprodurre, ma una fonte di ispirazione». Il suo inseparabile organetto diatonico ha così suonato ritmi jazz, canzoni d'autore (con de André e Fossati) e addirittura il rock (con Piero Pelù) fino ad arrivare a una inedita collaborazione con il deejay Omino Stanco che ha "remixato" alcuni suoi brani. Da un mese è uscito "Madreperla", il quarto album di Banditaliana formata da Tesi, Claudio Carboni al sax, Maurizio Geri chitarra e voce, e a cui recentemente si è aggiunto Gigi Biolcati alle percussioni (l'unico non pistoiese). Madreperla viene dopo sei anni dal disco precedente, "Lune": com'è questo nuovo progetto? «Con Madreperla, Banditaliana continua il viaggio intrapreso 19 anni fa all'interno di un Mediterraneo immaginario: ed è un disco di brani originali scritti da tutti i componenti del gruppo. Non è un disco di musica popolare, ma al confine tra la canzone d'autore, elementi di jazz, profumi etnici: il risultato di tanti anni di viaggio. In questi sei anni ho realizzato altri due album, uno da solo ("Solo Organetto") per un'etichetta francese e poi Presente e Remoto che sarà il disco dei miei trenta anni di carriera». Dopo 30 anni di attività come definirebbe la sua musica? «È una domanda difficile, perché in realtà è una sintesi personale di tanti elementi. Se c'è un denominatore comune ai miei 16 o 17 dischi, è il Mediterraneo, inteso come luogo musicale e culturale». E per i prossimi 30 anni? «La settimana prossima registrerò un nuovo disco realizzato da cinque organettisti europei, "Samurai", con cui sono già stato in concerto in Europa. Poi nei prossimi trent'anni dovremo fare sicuramente un altro album di Banditaliana». Madreperla sarà presentato in una tournée internazionale in Italia e in Australia. Com'è recepita la vostra musica in Italia e all'estero? «In Italia abbiamo già fatto molti concerti che sono andati molto bene. A fine aprile faremo due settimane in Australia tra festival e concerti per la radio australiana che da anni ormai appoggia il nostro lavoro creando anche un pubblico che ci conosce e ci segue. All'estero Banditaliana è recepita benissimo e devo dire che, partendo da Pistoia, questo mi riempie di orgoglio: spesso chi parte dalla provincia soffre un po' di un complesso di inferiorità nei confronti di chi viene da Milano o da Roma». A proposito di Pistoia: cosa le ha dato e cosa le ha tolto la sua città? «Per gli artisti pistoiesi è già difficile essere riconosciuti a Firenze. A me ha aiutato la collaborazione con Caterina Bueno che mi ha dato la possibilità di lavorare subito a livello internazionale. Grazie alle collaborazioni con Fabrizio de André e Ivano Fossati, sono poi stato riconosciuto anche nella mia città. La Provincia di Pistoia mi ha dato la direzione artistica di un festival (Sentieri Acustici, ndr) che sta andando molto bene. Da questo punto di vista mi ritengo fortunato. Ho un bel rapporto con la mia città. Non posso dire "nemo propheta in patria"». Si sente pistoiese? «Sì mi sento pistoiese. Sono nato nella casa accanto a quella in cui abito attualmente. Pistoia è una piccola città, provinciale. A Pistoia coltivo la parte di me che non è pubblica. Ho una figlia qui». E invece l'Italia? «L'Italia è un argomento che mi rende molto triste. Davvero. All'estero devo sopportare la gogna delle battute sul bunga bunga. L'Italia potrebbe essere un bellissimo paese, ma si fa del male da solo. Veder cadere Pompei è una metafora precisa di quello che è l'Italia adesso. Stiamo sperperando un capitare di arte, di idee, di pensiero a cui è subentrata questa specie di cancro maligno della mentalità individualista, incentrata sui soldi e sull'apparire, frutto di anni di televisione commerciale. Anche il pubblico ha subito un livellamento verso il basso». E dei tagli del Governo alla cultura cosa ne pensa? «Il governo? Quale governo? Questa specie di circo mediatico? All'estero vedo grandi strutture dedicate alla musica e all'arte, organizzate, frequentate dai giovani. Qui invece c'è l'idea che la cultura sia solo una spesa. Ma un paese che non investe sulla cultura, sull'insegnamento, sulla ricerca scientifica, non ha futuro. Sono veramente preoccupato: quando si hanno dei figli, non si può non esserlo. L'idea dominante in Italia è che lo Stato sia qualcosa da fregare e questo è grave. Credo che ci sia un problema morale molto forte. Ci sono frasi che una persona dovrebbe vergognarsi a pronunciare. Alcune cose che dicono quelli della Lega, ad esempio. Un tempo certi atteggiamenti razzisti sarebbero stati bollati immediatamente. Adesso purtroppo sono applauditi». Cosa ha scoperto dell'Italia e del Mediterraneo attraverso la sua musica? «Ho imparato ad amare la mia terra e a non averne vergogna, cosa non facile a 17 o 18 anni, quando si tende ad aderire ai modelli socioculturali che ci propone la televisione e, quindi, di stampo anglosassone». Abbiamo parlato di Mediterraneo, parlarne adesso non è scontato: soprattutto non è scontato pensare all'Italia come immersa nel Mediterraneo e nella sua cultura. «Dobbiamo renderci conto che l'Italia è affacciata sul Mediterraneo e questo non è solo un problema, ma è anche una ricchezza. Gli italiani prima di tutto sono stati migranti, come racconto nelle mie canzoni. I nostri nonni o bisnonni hanno vissuto esattamente quello che sta accadendo ai nordafricani che arrivano da noi con i loro barconi. Forse, quindi, l'ultima cosa da fare è ributtarli in mare, ma accettare che siamo una società multietnica. Magari oltre agli spaghetti impariamo a mangiare anche il cous cous, senza rinnegare i primi, ma senza neppure chiuderci al resto». La ricerca dei suoni passa anche dalla ricerca degli strumenti. «Suono uno strumento che fino a qualche anno fa era usato solo nella musica tradizionale. Poi negli anni settanta un gruppo di musicisti della mia generazione ha riscoperto questo tipo di strumenti e li ha portati in contesti nuovi: dalla canzone d'autore al jazz fino al rock. In fondo anche allora era più esotico ascoltare un ballo sardo con l'organetto che i Rolling Stone». Suo compagno inseparabile è Maurizio Geri: che coppia siete? «Siamo entrambi di Pistoia e abbiamo iniziato tutti e due con Caterina Bueno. Lui è più giovane di me però parliamo una lingua comune. È un grandissimo artista e vero poeta. Con lui ho un feeling musicale profondo: è una delle poche persone con cui lavoro molto bene anche a livello compositivo». Nessuna "crisi del settimo anno", dunque? «No, grandi crisi non ci sono state. Insieme anche a Claudio Carboni formiamo la base di Banditaliana: un trio solido forse anche perché oltre ad essere dei musicisti affidabili, Maurizio e Claudio sono soprattutto persone affidabili e questo non è scontato».
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