Gioco
«Siamo sbarcati in 27, gli altri spariti»
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Mouamed Bou Jamelin A destra volontari distribuiscono il pasto Gli immigrati raccontano la loro odissea: mille euro per la traversata
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LIZZANO. A vederli a distanza quasi non sembrano profughi, ma una squadra di calcio in ritiro. Tutti molto giovani, robusti e in salute. Ma da vicino gli occhioni lucidi a ancora un po' smarriti, svelano la condizioni di chi ha trascorso settimane da incubo e ha visto la morte in faccia. Dopo il loro sbarco a Livorno, una nottata in bianco trascorsa in questura all'insegna della burocrazia. Poi il viaggio fra i tortuosi tornanti della regionale 66 e la statale 12, fino a Lizzano. Sui monti c'è ancora la neve, la tramontana frizzantina contrasta coi volti olivastri dei magrebini. Alcuni hanno freddo, tremano, ma c'è anche chi affronta spavaldamente il clima e si presenta a maniche corte e piedi scalzi. La Casa vacanze di Lizzano è presidiata dalle forze dell'ordine, ma la guardia è molto allentata: i giovani immigrati sono tranquilli, si può entrare e uscire. All'interno, si parla e ci si scambia battute in francese. Oltre alla presidente della Provincia, Federica Fratoni, c'è il consigliere della Comunità montana Giuseppe Montagna, che abita a poche decine di metri, e tanti volontari. Mille euro per la traversata. Nordin ha 32 anni e viveva a Sfax, un piccolo paese della Tunisia. E' partito il 27 marzo, via mare. «Ho pagato 1000 euro per arrivare a Lampedusa. Un viaggio di 24 ore in una piccola barca, 27 persone. Ce l'abbiamo fatta, ma ho visto persone morire. Alcune barche che sono partite insieme alla nostra non sono mai arrivate». Nardin ha lasciato il suo Paese in balìa dell'instabilità politica. «Non era più possibile lavorare, io faccio il muratore. Papà e mamma sono là, ma ho una zia a Modena e non mi dispiacerebbe trovare lavoro qui e restare in Italia». «Ho un contratto che mi aspetta».Mouhmed Bou Jemelin ha 24 anni e si presenta con la tuta azzurra della Nazionale italiana. «Ho sempre fatto il tifo per l'Italia, che conosco bene perché ho parenti a Parma e, mi hanno detto, anche un contratto di lavoro pronto come imbianchino. La mia intenzione è quella di restare in Italia». Le mediatrici culturali, però, ci spiegano che la loro è una forma di gentilezza, una sorta di ringraziamento per l'ospitalità. In realtà, la maggior parte vorrebbe andarsene in Francia, anche per questioni di lingua madre, oppure tornare in patria una volta che la situazione politica tornerà meno caotica. Le mediatrici culturali. I volontari svolgono gran parte del lavoro in questa prima accoglienza. C'è la Caritas che ha rimediato alcuni vestiti un minimo pesanti, come scarpe, giubbotti e maglie, ma è atteso un altro viaggio del direttore Marcello Suppressa: alcuni soffrono visibilmente il freddo e la sera aumenterà ancora. La Misericordia coordina il tutto e un ruolo chiave è quello dei mediatori culturali, che si prestano a fare da interpreti. C'è Romina Conti del Centro antidiscriminazione e Barbara Benefonti, del servizio politiche migratorie della Provincia. Entrambe conoscono bene il francese, cercano di farsi spiegare dai profughi le loro esigenze ma, soprattutto, spiegano ai profughi come devono comportarsi e quello che succede. «Non vogliono farsi fotografare perché hanno la barba lunga», dicono, poi però il timore del gruppo di tunisini passa in fretta. Conti e Benefonti spiegano ai migranti che nel pomeriggio potranno uscire a piccoli gruppi per visitare il paese, naturalmente accompagnati da volontari. Ma dovranno prestare attenzione a come si comportano con gli abitanti. Un cuoco factotum. Decisivo anche il compito della cooperativa Mise, che gestione tutta la partita dei pasti e della mensa, ma si occupa dei profughi a tutto campo. Come il giovane cuoco Said Azzaloualidine, di origine marocchina, che svolge contemporaneamente il compito di interprete e mediatore, vista l'affinità fra il suo Paese e la Tunisia. «Sono stato tutta la notte sveglio anch'io e ho iniziato a far da mangiare all'alba. Oggi si mangia italiano, penne al pomodoro, tonno e fagioli, ma già da stasera faremo cose tipiche della loro cucina: tajina di pollo, un piatto marocchino ma anche tunisino». Gli immigrati sono stanchi, ma non particolarmente affamati: da quando sono sbarcati a Lampedusa, un piatto caldo lo hanno sempre trovato. Le mediatrici chiedono se tra loro c'è un cuoco e alla fine si trova. Si fa chiamare semplicemente Mouhmed, quasi un suffisso dei nomi delle regioni a maggioranza islamica. Ha grande parlantina e diventa presto un quasi capo di questi trentasei profughi, colui che si sa spiegare meglio con le mediatrici: «Il viaggio è stata una brutta esperienza, ho visto compagni morire, ho dormito sui cartoni a Lampedusa e sono stato anche picchiato. Ora sono felice di stare quassù». Un soggiorno drammatico ma vivacizzato dalla solidarietà multietnica. Tra i dipendenti della cooperativa Mise e i volontari della Misericordia, oltre al cuoco Said ci sono altri volontari di origine straniera, qualcuno di colore, la cui origine sprofonda ancora più a sud rispetto a questi figli del deserto. Francesco Albonetti Altri servizi alle pagine 2, 3 e 4
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