Il dolore
Lasciò il calcio per la tonaca
Giorgio Barontini
Don Ferrero Battani, parroco di Santomoro e Valdibure, compie 80 anni
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PISTOIA. Oggi don Ferrero Battani (nella foto, a destra insieme al vescovo) festeggia il suo 80º compleanno. Ottanta anni nel duemila non sono più una ricorrenza eccezionale, molte persone raggiungono e sorpassano ampiamente questo traguardo, non tutti però ci arrivano dopo aver dedicato la loro vita al servizio del prossimo. Ferrero ha tante volte raccontato come fu difficile la scelta di farsi prete; il calcio era la sua passione giovanile e chi lo conosceva in quegli anni testimonia che era un ottimo mediano, corretto ma deciso e con buona tecnica calcistica, qualche maligno afferma che per driblare meglio nascondesse il pallone sotto la tonaca. Una volta scelta la sua strada però, ha dedicato la vita al sacerdozio; una vita difficile quella del prete se veramente la vive evangelicamente, e così l'ha vissuta Ferrero.
Di carattere arguto e cordiale, da buon toscano, certe volte testardo e piccoso, da montanaro verace (è nato a Gavinana), ha saputo in cinquanta e più anni di sacerdozio farsi apprezzare da tutti. A Pistoia e nel circondario, poche sono le persone che non conoscono don Ferrero. I primi anni alla guida di una parrocchia di Lamporecchio, quando Lamporecchio era il paese più rosso d'Italia ed i comunisti erano quelli veri, quelli che a colazione si "mangiavano un prete" tutte le mattine, riuscì a farsi benvolere e rispettare; ancora oggi biglietti di auguri e visite di amicizia rinnovano questo ormai lontano legame. Poi nel 1957 l'incarico che sarà la missione della sua vita: gestire le parrocchie di Santomoro e Valdibure.
Erano tempi difficili; la canonica e la chiesa da ristrutturare, la strada inesistente, l'acqua da prendere con le brocche, i suoi parrocchiani inizialmente, giustamente diffidenti, anche se pronti ad accoglierlo a braccia aperte. Si trattava di rimboccarsi le maniche e Ferrero non si tirò certamente indietro. Non si può in poche righe narrare tutto ciò che riuscì a fare con l'aiuto, è giusto dirlo, della sua famiglia e tutto il suo gregge che sempre più si stringeva affettuosamente intorno a lui. Voglio solo accennare ai lunghi anni d'insegnamento al Liceo scientifico, dove nessuno pensava neppure lontanamente di saltare l'ora di religione; al suo amore per i giovani, l'esperienza scout, i campeggi al Monachino, le prime avventurose gite fuori dei patrii confini, una marcia nel deserto per sentirsi più vicino al Creatore.
Ho detto del suo amore per i giovani ed i bimbi in particolare, una sola volta, in tanti anni abbiamo avuto timore che ci scappasse un severo rimprovero o uno scappellotto. Nel corso di un pellegrinaggio al santuario di Bocca di Rio - tre giorni di cammino -, don Ferrero come suo costume, si era scelto una bella mazza di castagno e nei momenti di riposo la incideva amorevolmente con il suo fido coltellino per arricchire la collezione di bastoni da tempo iniziata. All'imbrunire del secondo giorno, quando già il bastone iniziava a prendere forma con incisioni e disegni precisi, lo lasciò appoggiato ad un albero al bordo di una radura perché dovevamo decidere il percorso da fare il giorno seguente.
Fra noi pellegrini alcuni avevano portato a camminare i propri figli e nipoti, c'erano quindi cinque o sei bambini sui dieci anni che profittando della nostra assenza presero il bastone incustodito e lo sbucciarono meticolosamente (non abbiamo mai saputo chi fu l'esecutore materiale). Finita la riunione, tornammo alla radura. Ferrero cercò il bastone per completare la sua opera e sentimmo un grido: «Chi è statooooo?». Io ero lì vicino, lo guardai stupito e scorsi nei suoi occhi un lampo d'ira. Fu solo un attimo però, l'espressione si fece addolorata e mentre cercava con lo sguardo i responsabili del malestro continuava a ripetere mestamente, senza rabbia: «Perché lo avete fatto? Ma perché lo avete fatto?».
Dopo qualche minuto, in un profondo silenzio, mormorò rasserenato: «Forse hanno ragione loro, il bastone così, tutto bianco, è quasi più bello». Non crediate però che anche Ferrero non sia capace di bonarie burle. Sempre durante un pellegrinaggio sulle Alpi Apuane, con l'aiuto di tristi figuri, riuscì a mutare in acqua di sorgente una bottiglia di "Rosso di Montalcino" che conservavo gelosamente nel mio zaino per la cena finale. Non ho alcun timore a confessare che mi ci vollero alcuni giorni per perdonare, con riserva, i reprobi. Ma ciò che affascina di più in don Ferrero è il suo modo di dare l'Eucarestia; quando alza il calice e rende grazie il suo volto ha una luce particolare, anche se ha ripetuto questo gesto mille e mille volte, c'è la sua anima che in quel momento si fonde col Dio Creatore.
Poi, da buon pastore, chiama le sue pecore per nome, anche quelle che da tempo si sono allontanate e tornano nel gregge in rare occasioni, tutte le riconosce, tutte le accoglie lietamente con vera gioia. Non voglio aggiungere altro, solo un augurio per questo suo ottantesimo compleanno perché sia preludio di un ancor lungo viaggio insieme al suo gregge che lo ha seguito e lo seguirà ancora con tanto vero amore. Buon cammino nella vita, Ferrero, da tutti coloro che ti conoscono.
Di carattere arguto e cordiale, da buon toscano, certe volte testardo e piccoso, da montanaro verace (è nato a Gavinana), ha saputo in cinquanta e più anni di sacerdozio farsi apprezzare da tutti. A Pistoia e nel circondario, poche sono le persone che non conoscono don Ferrero. I primi anni alla guida di una parrocchia di Lamporecchio, quando Lamporecchio era il paese più rosso d'Italia ed i comunisti erano quelli veri, quelli che a colazione si "mangiavano un prete" tutte le mattine, riuscì a farsi benvolere e rispettare; ancora oggi biglietti di auguri e visite di amicizia rinnovano questo ormai lontano legame. Poi nel 1957 l'incarico che sarà la missione della sua vita: gestire le parrocchie di Santomoro e Valdibure.
Erano tempi difficili; la canonica e la chiesa da ristrutturare, la strada inesistente, l'acqua da prendere con le brocche, i suoi parrocchiani inizialmente, giustamente diffidenti, anche se pronti ad accoglierlo a braccia aperte. Si trattava di rimboccarsi le maniche e Ferrero non si tirò certamente indietro. Non si può in poche righe narrare tutto ciò che riuscì a fare con l'aiuto, è giusto dirlo, della sua famiglia e tutto il suo gregge che sempre più si stringeva affettuosamente intorno a lui. Voglio solo accennare ai lunghi anni d'insegnamento al Liceo scientifico, dove nessuno pensava neppure lontanamente di saltare l'ora di religione; al suo amore per i giovani, l'esperienza scout, i campeggi al Monachino, le prime avventurose gite fuori dei patrii confini, una marcia nel deserto per sentirsi più vicino al Creatore.
Ho detto del suo amore per i giovani ed i bimbi in particolare, una sola volta, in tanti anni abbiamo avuto timore che ci scappasse un severo rimprovero o uno scappellotto. Nel corso di un pellegrinaggio al santuario di Bocca di Rio - tre giorni di cammino -, don Ferrero come suo costume, si era scelto una bella mazza di castagno e nei momenti di riposo la incideva amorevolmente con il suo fido coltellino per arricchire la collezione di bastoni da tempo iniziata. All'imbrunire del secondo giorno, quando già il bastone iniziava a prendere forma con incisioni e disegni precisi, lo lasciò appoggiato ad un albero al bordo di una radura perché dovevamo decidere il percorso da fare il giorno seguente.
Fra noi pellegrini alcuni avevano portato a camminare i propri figli e nipoti, c'erano quindi cinque o sei bambini sui dieci anni che profittando della nostra assenza presero il bastone incustodito e lo sbucciarono meticolosamente (non abbiamo mai saputo chi fu l'esecutore materiale). Finita la riunione, tornammo alla radura. Ferrero cercò il bastone per completare la sua opera e sentimmo un grido: «Chi è statooooo?». Io ero lì vicino, lo guardai stupito e scorsi nei suoi occhi un lampo d'ira. Fu solo un attimo però, l'espressione si fece addolorata e mentre cercava con lo sguardo i responsabili del malestro continuava a ripetere mestamente, senza rabbia: «Perché lo avete fatto? Ma perché lo avete fatto?».
Dopo qualche minuto, in un profondo silenzio, mormorò rasserenato: «Forse hanno ragione loro, il bastone così, tutto bianco, è quasi più bello». Non crediate però che anche Ferrero non sia capace di bonarie burle. Sempre durante un pellegrinaggio sulle Alpi Apuane, con l'aiuto di tristi figuri, riuscì a mutare in acqua di sorgente una bottiglia di "Rosso di Montalcino" che conservavo gelosamente nel mio zaino per la cena finale. Non ho alcun timore a confessare che mi ci vollero alcuni giorni per perdonare, con riserva, i reprobi. Ma ciò che affascina di più in don Ferrero è il suo modo di dare l'Eucarestia; quando alza il calice e rende grazie il suo volto ha una luce particolare, anche se ha ripetuto questo gesto mille e mille volte, c'è la sua anima che in quel momento si fonde col Dio Creatore.
Poi, da buon pastore, chiama le sue pecore per nome, anche quelle che da tempo si sono allontanate e tornano nel gregge in rare occasioni, tutte le riconosce, tutte le accoglie lietamente con vera gioia. Non voglio aggiungere altro, solo un augurio per questo suo ottantesimo compleanno perché sia preludio di un ancor lungo viaggio insieme al suo gregge che lo ha seguito e lo seguirà ancora con tanto vero amore. Buon cammino nella vita, Ferrero, da tutti coloro che ti conoscono.
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