Il Tirreno

Pistoia

Più giovani di quelli di casa nostra i preti che arrivano da oltre confine

Sacerdoti stranieri in soccorso delle parrocchie pistoiesi

Paolo Gestri
Sacerdoti stranieri in soccorso delle parrocchie pistoiesi

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PISTOIA. «Il rapporto tra preti e parrocchie nelle nostra diocesi è in linea con la Toscana. L'età media dei reverendi italiani è piuttosto alta, ma i sacerdoti giunti da altri Paesi, sono decisamente più giovani. Qualcuno ha più parrocchie, ma tutte queste sono coperte»: così il vescovo Mansueto Bianchi, sintetizza il quadro dei ministri di Dio sotto la sua guida pastorale.  A conti fatti, nella vasta diocesi pistoiese, dall'Abetone a Capraia, da Montemurlo a Pavana, resta la penuria di preti, anche se alleggerita dai sacerdoti stranieri. Esattamente, 105 parroci per 160 parrocchie, due ministri ogni tre campanili. Nel novero degli ecclesiastici sono compresi cinque africani, viventi in seminario, non diocesani, ma che dicono messa da noi, per accordi tra vescovi. In seminario vivono anche il vicario del vescovo, don Paolo Palazzi, e quattro reverendi a riposo.  I monsignori sono solo otto: Aldemiro Cinotti, parroco a Santonuovo di Quarrata, Renato Bellini, a Vinci, Furio Fabbri, a San Baronto, Cesare Tognelli, a Valdibrana, e Giuseppe Vignozzi, a Piteglio. Cui si aggiungono, in Pistoia: Giordano Frosini, Renato Gargini e Mario Leporatti.  Completano il quadro, quattro canonici della cattedrale. Cinotti, 97 anni, è il più anziano; il più giovane è Cipriano Fargas, 28 anni, viceparroco a San Marcello; l'ultimo "ordinato" è Pierluigi Biagioni, viceparroco a San Paolo in Pistoia. L'età media dei sacerdoti di casa nostra supera i 60 anni, quella degli stranieri è sotto i 45.  Dei nostri fratelli don giunti a Pistoia da lontane frontiere, 11 sono polacchi ed 11 africani; tre provengono dalla Romania e due dall'Asia: provenienti generalmente dall'Università teologica di Roma. Don Paolo Palazzi sottolinea il loro apporto di valori e cultura dei Paesi d'origine, nonostante certe difficoltà di inserimento.  Don Anthony Mennem dice messa a Spedalino Agliana. Viene dall'India ed è in Italia da sedici anni. Completati gli studi a Milano, ha "preso chiesa" a Spedalino, da nove anni. «Qui tutti mi vogliono bene» ci dice. Ma guai a chiamarlo straniero: «Per la Chiesa non esiste lo straniero. Io sono un chierico - dice con forza - in quanto battezzato, sono cittadino della Chiesa cattolica universale!».  L'altro reverendo asiatico è don Warmakulasuriya, originario dello Sri Lanka, benedicente a Bacchereto, in provincia di Prato.  Tra i reverendi africani, spicca il numero dei congolesi. Uno è don Kayumba, a Spazzavento; un altro, don Nawej-Mpoy; un terzo, don Maheshe.  Segue la bella schiera dei sacerdoti polacchi, tra i quali don Tommaso Rekiel, parroco a San Marcello. «Certo che ho nostalgia della Polonia - ci dice - e della famiglia che ho lasciato. Forse anche perché nel mio Paese si professa la fede tutti i giorni, ma è una realtà diversa rispetto all'Italia. Appunto: non tornerei perché mi rendo conto che sono utile qui».  Sulla stessa lunghezza d'onda è don Damian Horlescu, dalla Romania, da sei anni in Italia e da uno rettore a Comeana: «Nessun rimpianto per il mio Paese, solo un po' di nostalgia, mi trovo bene in tutte le realtà».  «A San Marcello mi hanno accolto fin troppo bene; un'accoglienza inaspettata», si compiace don Fargas. Lui viene dalla Romania, «dove la partecipazione in chiesa - afferma - è molto più alta». Ma a chi gli fa notare che la reliquia tanto venerata nella pieve sanmarcellina non è esattamente una Santa Celestina, risponde: «Importante è solo il fatto che si tratta della reliquia di una martire, e come tale noi la veneriamo».

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