Gioco
Nando, il mago dei talenti Dalla fucina di Ramini tante star della tv
Alberto Vivarelli
Tutto cominciò dalle serate di ballo nella case del popolo adesso la Vegastar è una delle ammiraglie dello spettacolo
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PISTOIA. Cerca nei cassetti un nastrino musicale, fine anni '60 o giù di lì. Poi si arrende, apre la porta dell'ufficio: «Robertaaaaa». Eccolo, finalmente, il nome della fidatissima segretaria, portato nelle case degli italiani da Giorgio Panariello nei panni di Nando, procuratore di artisti, con l'immancabile trench chiaro. "Nando", al secolo è Fernando Capecchi, ragioniere, 67 anni all'anagrafe ma dieci in meno nella vita quotidiana, scopritore di talenti per lo spettacolo per dirla all'italiana, segugio dall'odorato sensibilissimo. Capecchi è alla guida della Vegastar e di altre società che in qualche modo riconducono alla casa madre, ovvero spettacolo a tutto tondo. La plancia di comando è nel bel mezzo dell'Eldorado verde pistoiese, in una palazzina gialla dove si decidono le strategie, si incontrano talenti o presunti tali. Masiano, sede operativa e luogo dell'anima di Capecchi, perché tutto è nato in quella parte di piana; tra quei vivai e l'attività del manager c'è un filo rosso resistente come l'acciaio. Per lui non è mai stato un buen retiro, è stato "il" retiro. «Alla Casa del popolo di Ramini - racconta Capecchi - c'era una pista da ballo all'aperto. Insieme ad altri due amici, costituimmo una società sportiva che di sportivo non aveva un bel niente. Per vivacizzare i fine settimana del paese avevamo bisogno di portare qualche orchestra, me ne occupai io andando a pescare in Emilia e Romagna». Poi un incontro che dette un altro senso alla sua vita. «In quel periodo stavo chiuso in casa a studiare, dovevo necessariamente superare un esame all'università (facoltà di Economia e commercio, ndr) per evitare di partire per il militare. Un giorno mi fece visita un impresario bolognese, parlammo per tre ore e alla fine accettai di essere il suo rappresentante per la Toscana. Tolsi tutti i libri dagli scaffali e chiusi il capitolo università. Montai sulla Vespa e cominciai a fare il giro delle case del popolo della Toscana». Forte di cosa? «Di niente. Non sapevo ballare, ero stonato e non conoscevo - né conosco - la musica». Quando si dice il background... «In effetti era difficile, ma mi piaceva. Non avevo un retroterra specifico, utilizzai la tecnica dei vivaisti copiando mio suocero Marino Niccolai che era un vivaista bravissimo a vendere le piante. Usavo la sua solita tecnica: al posto di un albero, proponevo un'orchestra». Piacevole, ma vista la sua indole, un po' noioso. «Cercai, diciamo, di allargare il tiro lavorando anche con qualche gruppo musicale emergente. Eravamo a metà degli anni '60, iniziavano a farsi spazio i giovani. Nel settembre del 1964, portai "I Corvi" al circolo di Candeglia». Fu la svolta? «Indirettamente, sì. Leggendo il contratto dei "Corvi", notai che mi arrivava da un'agenzia di Bologna. Chiamai direttamente e chiesi se potevo collaborare occupandomi della Toscana. Il titolare era Iso Ballanti, con il quale avrei in seguito lavorato per 13 anni. Grazie a questa collaborazione, portai a Masiano "I Nomadi" per 65mila lire e riuscii a mettere insieme, in Toscana, una cinquantina di orchestre». Perché si chiuse la collaborazione con Ballanti? «Anzitutto perché la musica mi stava un po' stretta, volevo artisti, poi ci fu un episodio che incrinò il nostro rapporto. Avevo venduto una serata di Massimo Ranieri a Chiesina Uzzanese, dopo il suo primo Sanremo: 450mila lire. Dopo lo spettacolo, io e Ballanti andammo a cena con Massimo e il padre. Il padre voleva 30 milioni per la gestione artistica del figlio. Io sarei stato disposto anche a firmare cambiali per 15 milioni, ma Bellandi disse no». Allora si guardò intorno: cosa trovò? «Avevo una sola possibilità per uscire dalla morsa della musica: contattare Gianni Ravera. Cominciai a proporgli dei ragazzi e nel 1981 mi concesse la collaborazione per la selezione di giovani cantanti del centro-nord da portare a Castrocaro». Qualche nome. «Donatella Milani, Zucchero, la fiorentina Laura Landi». Ma non si sentiva "stretto" con la sola musica? «I cantanti non davano tanta affidabilità e poi per portarli in tv ci volevano dei presentatori. L'occasione arrivò quando Ravera mi propose di allestire le serate di Miss Italia in Toscana. Le prime serate le feci condurre a Gianfranco D'Onofrio, poi ebbe un incidente stradale proprio a Pistoia e fui costretto a trovarne un altro. Chiamai un ragazzo, un tentativo: sull'agenda non scrissi nemmeno il suo nome, solo "presentatore" e il numero di telefono. Era bravo ma studiava medicina e quindi dovevo sostituirlo quando doveva sostenere gli esami. MI occorreva una riserva». E spuntò Carlo Conti. «Sì, Carlo faceva il disc-jockey alla discoteca "Il Poggetto" a Firenze». Cosa la colpì? «La locandina della discoteca». Scusi? «Sulla locandina, il suo nome era scritto con i caratteri della Coca Cola perché attirasse l'attenzione. Questo, mi dissi, ha dei numeri. Così iniziò la nostra collaborazione. Nel frattempo lo studente diventò medico e Carlo lo sostituì definitivamente». Con gli altri, come andò. Intendo Panariello, Pieraccioni. «Con la morte di Ravera, lasciai i cantanti e mi dedicai ai personaggi da portare in tv. Nel 1984, ero a Bussoladomani dove cantava Milena Biolcati. Quella sera salì sul palco un giovane imitatore, Giorgio Panariello, fece alcune imitazioni straordinarie: Bongiorno, Corrado, Vasco Rossi, Zucchero, il Papa e concluse con Renato Zero: magistrale. Prendeva 80mila lire a serata, gliene offrii 300. Pieraccioni lo incontrai due anni dopo, me lo presentò Conti che conduceva "Cantagiovani", uno spettacolo estivo, Leonardo aveva 21 anni. Ci parlai un'oretta cercando di fargli la "radiografia". Lui venne subito al sodo: voleva 300mila lire, proposi un paio di uscite da 10 minuti ciascuna perché aveva la faccia giusta. Alla fine del tour, Pieraccioni faceva due uscite da 40 minuti l'una». Poi le tv locali e il lancio del "gruppo" di artisti della Vegastar. «Iniziammo con "Succo d'arancia" condotto da Conti e Pieraccioni con Panariello ospite, quando aveva i soldi per la benzina, perché veniva da Massa. Ma Pieraccioni già allora era attratto dal cinema. Poi mettemmo insieme "Vernice fresca" con l'aiuto dello sponsor Sash». Grande successo, una tappa miliare. Tra l'altro un format molto copiato «Era uno spettacolo innovativo che facemmo per un paio di edizioni alla Bussola. Poi Cecchi Gori ci propose di fare lo spettacolo su Videomusic, ma dovemmo cambiare nome». Perché? «Perché eravamo stati talmente furbi da non registrare il marchio "Vernice fresca", che venne utilizzato da altri. Così, Carlo propose "Aria fresca". Debuttammo alla Bussola. Dopo la prima puntata rischiammo di chiudere ma la settimana successiva fu un successo incredibile». Irripetibile? «Allora eravamo all'inizio delle televisioni private e si potevano fare spettacoli con pochi soldi e tecnicamente non richiedeva grande impegno. Oggi è difficile tentare un'avventura simile». Difficile anche trovare nuovi Conti, Pieraccioni e Panariello. «Oggi ci sono i talent show, ma non formano talenti duraturi perché la televisione tende a cuocere e mangiare, c'è la tendenza a bruciare i personaggi. Occorre una grande gavetta televisiva ma ci vogliono anche le piazze. Purtroppo sono calate le feste in piazza, vere e proprie palestre per chi fa spettacolo. Adesso non ci sono più i partiti che organizzano le feste che, per noi, erano sperimentazione. E in Toscana, ad esempio, i miei spettacoli non hanno mai avuto contributi pubblici, quelli, magari, andavano a chi organizzava teatri vuoti. Ma qualche giovane coi numeri c'è, Serena Magnanensi, ad esempio, e Massimiliano Ossini, erede naturale di Conti». Qual è stato il suo più grande rammarico? «Tante occasioni perse e tante delusioni, anche personali, soprattutto dal punto di vista umano. Tra tutte, un ragazzo che, agli inizi degli anni '80, viveva nel convento di Giaccherino. Si chiamava Aligi, era ligure. Bello, capelli neri e lunghi, sempre elegante, vestito di bianco. Faceva una specie di rappresentante, ma nessuno poteva dire di conoscerlo bene, era un tipo strano. Ogni tanto dava una mano negli studi di Tvl che allora era a Giaccherino. Aveva una voce stupenda. Lo feci partecipare al Festival dei fiori di Pescia, che vinse. Ravera lo definì il "Cantante del convento" già pensando al suo lancio a Sanremo. Lo chiamai e gli spiegai la proposta, lui non mi credette e scomparve, dal convento e da Pistoia. Non ne ho più saputo niente». E l'emozione più grande? «Alla fine degli anni '60, a Montecatini, durante il Cantagiro. Alla fine dello spettacolo tutti se ne andarono, rimase una persona, sola. Quella solitudine mi colpì e mi avvicinai: era Lucio Battisti, lo invitai a cena, andammo al San Francisco». Nessuno è profeta in patria, lei? «Solo Giancarlo Galardini aprì le porte del teatro Manzoni alla Vegastar, era un direttore molto lungimirante che, soprattutto, capiva di spettacolo. Dopo di lui, niente, mai avuto il teatro Manzoni. Forse non ne siamo degni. O forse adesso c'è una concezione molto aristocratica della programmazione teatrale. Un esempio? Il nostro "Pinocchio" con Ceccherini ha fatto 15 spettacoli in Toscana, tutti esauriti, ma a Pistoia non l'hanno voluto. E c'è anche da dire che le strutture teatrali pubbliche pistoiesi hanno un utilizzo molto basso e quindi, antieconomico; non vengono gestite bene. Noi potremmo proporre spettacoli nuovi anche a basso costo. Facciamo ricerca sul territorio alla scoperta dei giovani talenti con mezzi nuovi e mantenendo anche quelli che tradizionali. A Pistoia ho trovato solo la collaborazione della presidente Fratoni, una persona molto in gamba e disponibile»
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